Università Primo Levi Corsi anno 2026
Elementi di storia della psicoterapia
dal 1892 al 1992 una interpretazione storica.
A cura del Prof Dr. Marco Lodi
Siamo numerosi, pertanto la nostra partecipazione sarà caratterizzata da un elevato livello di coinvolgimento. Mi chiamo Dottor Marco Lodi e sono uno psicologo clinico, psicoterapeuta e psicanalista, oltre a ricoprire altre qualifiche di minore rilevanza. Ho già tenuto due corsi presso questa istituzione: uno incentrato sulla depressione e la malinconia, con un’analisi approfondita del loro iter psicodinamico, e un altro, a richiesta, dedicato ad ulteriori approfondimenti sulla materia.
Quest’anno ho deciso di dedicare otto settimane allo studio dell’isteria e delle sue implicazioni dal punto di vista psichico, psichiatrico e sociale. Come vedremo oggi, l’isteria, che ha origine con la società industriale vittoriana, scompare ufficialmente nel 1968, quando l’American Psychiatric Association la rimuove dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), frammentandone la definizione in diverse categorie relative alla personalità.
Per questo secondo corso dell’anno, ho scelto di approfondire la storia della psicoterapia. Si tratta di un argomento affascinante che ci condurrà in un mondo che forse conosciamo poco, oppure che ci offrirà nuove prospettive, come lampi di intuizione che illuminano la nostra comprensione. Il corso sarà articolato in un’analisi approfondita e stimolante, con una distinzione chiara tra la psicoterapia italiana, europea e quella statunitense.
Pur condividendo una base teorica comune, la psicoterapia europea, rappresentata da paesi quali Inghilterra, Francia, Spagna e Italia, ha visto l’Italia progredire più lentamente nel campo, come verrà illustrato nelle ultime lezioni, a causa di diversi ostacoli sociali, istituzionali e culturali, in particolare di natura religiosa. A livello europeo, la psicoterapia, partendo da Freud, ha raggiunto i suoi apici attuali, pur con alcune differenze di approccio.
In Inghilterra e negli Stati Uniti, pur partendo dalla stessa base teorica, si è sviluppata una visione completamente diversa. La psicoterapeuta italiana, che opera secondo un approccio ortodosso e professionale, non fornirà mai indicazioni su come vivere la propria vita, ma si concentrerà sull’offrire strategie per superare problematiche nevrotiche o legate al vissuto personale. Al contrario, negli Stati Uniti, dove la psicoterapia è influenzata dalla composizione sociale e dalla visione puritana della società, lo psicoterapeuta può fornire indicazioni su come vivere, un approccio considerato potenzialmente problematico. È fondamentale ricordare che in psicoterapia non si forniscono consigli, ma pareri, poiché il consiglio presuppone che la prospettiva dello psicoterapeuta sia superiore, il che non è sempre vero. Lo psicoterapeuta può esprimere la propria opinione e suggerire un’azione, ma è essenziale che, insieme al paziente, si valuti la fattibilità e l’adeguatezza di tale soluzione, tenendo conto delle esigenze e delle capacità individuali.
Negli Stati Uniti, invece, si tende a fornire indicazioni più precise su come vivere bene, come dormire bene, come essere felici e come evitare l’infelicità. Questo si riflette nella produzione editoriale: dall’Europa provengono principalmente volumi tecnici di alta qualità, mentre dagli Stati Uniti escono numerosi libri che offrono consigli pratici su vari aspetti della vita. Con queste premesse, iniziamo il nostro viaggio nel mondo della psicoterapia. Prima di tutto, definiamo il termine “psicoterapia” e iniziamo a esplorare le sue applicazioni pratiche.
La psicoterapia, termine derivante dal greco “psiche”, che significa anima, e dal termine corrente “terapia”, si configura come un sistema di cura sistematizzato volto al trattamento dell’anima. Questo approccio terapeutico si fonda sull’impiego di mezzi psichici, che verranno approfonditi successivamente, all’interno di un rapporto di interazione tra terapeuta e paziente. Per comodità, lo psicologo o lo psichiatra che pratica la psicoterapia è comunemente denominato “terapeuta”, anziché “psicoterapeuta”.
Per diventare psicoterapeuta, uno psicologo deve completare un corso specifico di clinica, mentre gli psichiatri devono specializzarsi in psicologia clinica. Negli Stati Uniti, tutti gli psicologi, e successivamente anche i medici, sono tenuti a completare tale formazione. Inizialmente, negli anni ’50, gli psicologi americani praticavano la psicoterapia, ma la Società Medica Americana minacciava di revocare la loro licenza professionale. Successivamente, è stato concesso il permesso di praticare la psicoterapia, ma la Società Medica Americana richiede che i terapeuti siano medici per ovviare a potenziali problematiche che potrebbero presentarsi in Italia, dove non esiste un tale obbligo. In Italia, gli psicologi completano corsi specifici per diventare terapeuti.
Il termine “paziente” non deriva dalla sua capacità di sopportare, bensì dal termine latino “patere”, che significa “soffrire”. Pertanto, il paziente è colui che soffre, e il termine è utilizzato in modo diretto.
L’obiettivo primario della psicoterapia è la ricostruzione o il rafforzamento dell’efficienza funzionale della personalità, mentre gli obiettivi secondari possono variare. La psicoterapia si concentra sulla riparazione di una personalità disfunzionale, collaborando con il paziente per ripristinare o migliorare la sua efficienza funzionale. Inoltre, la psicoterapia mira a raggiungere un equilibrio interno.
Attraverso il processo di annullamento delle nevrosi dei pazienti, la psicoterapia cerca di stabilire un equilibrio interno. Una risposta equilibrata alla vita offre un’ampia gamma di esperienze di vita più positive. Gli atteggiamenti nevrotici spesso portano a un rapporto distorto o problematico con la realtà, il che può comportare una serie di decisioni di vita errate influenzate da tali atteggiamenti. Raggiungere un equilibrio interno consente un funzionamento conforme alle norme sociali.
Esiste una distinzione significativa tra l’approccio americano e quello europeo alla psicoterapia. La psicoterapia americana tende a uniformare i comportamenti dei pazienti, mentre quella europea rispetta la totalità della personalità. Questa differenza è sostanziale e può portare a disaccordi, come si è visto quando la dottoressa Jung ha partecipato a conferenze negli Stati Uniti e ha discusso con colleghi americani riguardo alla loro tendenza a imporre i propri modi di vivere e fare, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla risoluzione delle nevrosi di fondo.
La necessità della psicoterapia è riconosciuta da tempo. Un breve estratto di un’intervista cronologica è riportato sul retro per ulteriore riferimento.
Il primo caso documentato di necessità di psicoterapia si trova nella Bibbia. Re Saul, regnante dal 1047 al 1010 a.C., sembrava soffrire di depressione maggiore, una forma più grave rispetto a quella di Davide, che allora faceva parte della sua corte. Davide riusciva a calmare Re Saul cantando e suonando l’arpa. Tuttavia, Re Saul era tormentato dall’invidia nei confronti di Davide e dalla depressione, che oggi classificheremmo come depressione maggiore, non reattiva, poiché esistono diverse tipologie di depressione.
La depressione maggiore è una malattia mentale che viene gestita con farmaci, mentre la psicoterapia funge da supporto. La depressione reattiva, invece, si cura principalmente con la psicoterapia. Lo sport e i farmaci possono essere utilizzati inizialmente come intervento di emergenza, ma dovrebbero essere gradualmente eliminati a causa dei loro effetti collaterali significativi e fastidiosi.
La depressione reattiva, come suggerisce il termine, è una depressione legata a diverse situazioni di vita, che possono essere affettive, lavorative o sociali, a seconda dell’approccio individuale. Già nel 300 a.C., Epicuro osservava che le persone raramente riescono a raggiungere la felicità, poiché hanno sempre qualcosa per cui sono insoddisfatte o infelici. Questa osservazione rimane rilevante anche ai giorni nostri.
Trovare un equilibrio interiore è una sfida, e già Epicuro, noto filosofo greco, ne riconosceva la difficoltà nelle persone. All’epoca, non esisteva la psicoterapia, ma la filosofia offriva un mezzo per ottenere una certa compensazione, un momento di serenità o un maggiore equilibrio. Inoltre, nel 1600, Shakespeare, nel suo celebre dramma “Macbeth”, fa un riferimento diretto alla psicoterapia, sebbene non la nomini esplicitamente.
Forse non tutti conoscono Macbeth. In uno dei suoi ultimi atti, Lady Macbeth, dopo aver commesso l’omicidio di Re Duncan insieme al marito, manifesta segni di instabilità mentale. Trascorre le notti nel castello, lavandosi incessantemente le mani, convinta che siano macchiate del sangue del re. Durante un dialogo con Macbeth, la dama di compagnia di Lady Macbeth esprime la necessità di un consulto medico per alleviare il peso emotivo che la opprime.
Proseguendo nel tempo, giungiamo al XVII secolo, periodo in cui Aldei, un personaggio storico, si suicida impiccandosi, nonostante la presenza di un medico. Nel XIX secolo, il filosofo Nietzsche accusa la società di aver “ucciso Dio”, metafora che rappresenta la perdita di valori etici e culturali in una società industriale e vittoriana in rapida evoluzione. Nietzsche, pur non essendo credente, sottolinea come la “morte di Dio” comporti la scomparsa dei valori che conferiscono serenità e tranquillità all’uomo.
Nel 1867, Henrik Ibsen, nel suo dramma “Peer Gynt”, introduce la figura di uno psicoterapeuta che accompagna il protagonista nel suo viaggio interiore, aiutandolo a confrontarsi con la disperazione, l’alienazione e il rifiuto. Ciò dimostra come il bisogno di psicoterapia sia sempre esistito. Da un punto di vista puramente umano, l’uomo è intrinsecamente insoddisfatto.
Durante il periodo antico, l’umanesimo rinascimentale e il Medioevo, la Chiesa, con le sue dottrine e la sua fede, riusciva in qualche modo a mitigare e gestire la costante insoddisfazione esistenziale degli individui. Tuttavia, con l’avvento della società industriale e della società vittoriana, questo equilibrio venne meno. Ciò avvenne per due ragioni principali.
Innanzitutto, l’era vittoriana in Europa è percepita negativamente. Il Sé borghese divenne secolare, negando la fede. Con l’arricchimento capitalistico e la creazione degli upifici, come spesso rappresentato nella cinematografia, la fede declinò.
Di conseguenza, il Sé divenne secolare e completamente razionale, portando allo sviluppo del positivismo dal punto di vista scientifico. Il positivismo sosteneva che, sebbene non si conoscessero le risposte in quel momento, sarebbero state scoperte in futuro, poiché tutto era razionale e razionalizzabile. Questa concezione, sebbene soggettiva, era prevalente.
L’elemento di maggiore importanza era la soggettività personale. Questo Sé personale, ateo o quantomeno non credente, razionale all’eccesso, era soggettivo. Pertanto, la soggettività individuale era considerata di primaria importanza.
Nell’attuale società moderna, che possiamo definire come società UOC, ci troviamo in una situazione analoga a quella dell’inizio dell’Ottocento, circa 100, 150 o 200 anni fa. All’epoca, il Sé borghese e la società vittoriana avevano condotto alla totale decadenza di tutti i valori, un fenomeno che la società UOC sta attualmente replicando. Nella nostra società contemporanea, ogni comportamento è considerato accettabile e lecito, in assenza di valori e idealità condivise. L’individuo agisce senza alcun vincolo, convinto che le proprie azioni siano giustificate. Tuttavia, la libertà individuale si scontra con quella altrui, un principio che nella società odierna sembra essere stato dimenticato. Infatti, se la libertà di un individuo risulta fastidiosa per un altro, l’individuo può ricorrere alla violenza, come purtroppo constatiamo quotidianamente, nel tentativo di affermare la propria individualità.
È opportuno chiarire il ruolo specifico svolto dalla società borghese vittoriana, che ha origine in Inghilterra e si diffonde successivamente in Italia. Questa società entra in conflitto, in modo fondamentale, con la sessualità, scegliendo di comprimerla e reprimerla.
Prima dell’avvento della società vittoriana, la sessualità era considerata relativamente libera. Anche nel Medioevo, nonostante la presenza del peccato, della punizione e dell’inferno, la sessualità era più libera di quanto si possa immaginare. Durante l’Umanesimo e il Rinascimento, la sessualità non solo era libera, ma era anche celebrata. Nel Seicento Barocco, la libertà sessuale era ancora diffusa, e nel Settecento raggiunse un livello di libertà ancora maggiore. Anche durante il periodo dell’Impero, la sessualità non era ancora stata regolamentata. Con l’emergere della società vittoriana, tuttavia, la sessualità subì una forte compressione e repressione.
La donna era costretta a non manifestare il proprio desiderio, e tali manifestazioni venivano represse. Non è un caso che il celebre libretto del Dottor Tissot, pubblicato all’inizio dell’Ottocento, si opponesse alla masturbazione o all’onanismo, dando origine, per tutto il secolo, a comportamenti estremi contro tale pratica. Sia gli uomini che le donne subivano torture per impedire la masturbazione.
Agli uomini venivano applicate delle macchine intorno alla pene durante la notte, dotate di quattro punte che si conficcavano in caso di erezioni notturne. Si può immaginare il disagio causato da tale pratica, considerando che le erezioni notturne negli uomini fanno parte dello sviluppo fisiologico e si verificano frequentemente durante l’adolescenza. Nelle donne, la cauterizzazione veniva effettuata con l’argento vivo, interessando il meatro urinario e il clitoride, al fine di ridurne il piacere.
È importante sottolineare che, sebbene oggi ci scandalizziamo delle società africane che praticano la mutilazione genitale femminile, nell’Ottocento, e in tutta Europa, si praticavano procedure simili. Il libretto del Dottor Tissot, originario della Svizzera Calvinista, dove fu scritto e diffuso in tutta Europa, ha avuto conseguenze negative fino agli anni Sessanta del XX secolo. Si credeva, infatti, che la masturbazione potesse causare cecità, impotenza e follia.
Il testo presentato è privo di rigore scientifico, e la sua accettazione incondizionata da parte della comunità medica rappresenta una criticità rilevante. In questo contesto, la società americana, e in particolare la comunità medica americana, ha svolto un ruolo fondamentale nel promuovere una riflessione critica su questo testo, in particolare riguardo alla tematica della masturbazione. A partire dagli anni Settanta, e più specificamente dagli anni Ottanta, si assiste alla nascita della sessuologia, della sessuologia clinica e della terapia sessuologica, discipline che hanno contribuito alla demistificazione della masturbazione come fattore distruttivo della personalità. Figure di spicco come Master e Johnson, Lacan e altri, hanno fornito un contributo fondamentale alla costruzione di un nuovo paradigma per la comprensione della sessualità, ponendo le basi per la sessuologia moderna.
La sessualità, quindi, viene oggetto di studio e approfondimento. Secondo questa concezione del Sé, il mondo è percepito come oggettivisabile e quantificabile. Tuttavia, tale affermazione è discutibile, poiché l’essere umano, nelle sue valutazioni, tende a essere intrinsecamente soggettivo. La quantificazione eccessiva, inoltre, rischia di svilire il valore intrinseco delle cose, poiché, quantificando, si attribuisce un valore monetario a qualsiasi cosa, anche a concetti astratti come il lavoro. Di conseguenza, il lavoro, a tutti i livelli, sia dirigenziale che impiegatizio, negli uffici, nelle fabbriche e persino in ambito agricolo, diventa un fattore di alienazione. Il lavoro d’ufficio, in particolare, rappresenta un esempio emblematico di questa tendenza, poiché si concentra prevalentemente sulla quantificazione dei risultati.
Interrogando diverse persone, si riscontra una comune preoccupazione legata alla necessità di raggiungere determinati obiettivi quantitativi. L’accento, infatti, è posto sulla produzione, sulla necessità di produrre sempre di più. Gli Stati Uniti, fino agli anni Novanta e Duemila, si sono distinti per la loro capacità di produrre in modo efficiente e di ottenere risultati eccellenti.
In passato, ho trascurato la qualità, ma ora comprendo che un’eccessiva pressione sulla produzione può comprometterla. Attualmente, i tempi sono stati adattati per privilegiare la qualità. Tuttavia, esisteva un periodo in cui la produzione era prioritaria, poiché, secondo la mentalità puritana, la ricchezza era percepita come un segno di approvazione divina. L’idea prevalente era che il ricco fosse amato da Dio, mentre il povero no. Pertanto, era necessario lavorare incessantemente per ottenere l’amore divino e poter affermare: “Dio mi ama”. Questa concezione ha permeato la cultura americana.
Un ulteriore problema significativo riguarda il ruolo della donna nella società vitoriana. La donna veniva relegata a un ruolo marginale, priva di sensualità, esclusa da posizioni attive, e definita come figura elegante, madre e protettrice della famiglia. In questo modo, le donne venivano private del ruolo che avevano faticosamente conquistato. È importante ricordare che, durante il Primo Impero, le sorelle di Napoleone ricoprivano ruoli di potere e di consigliere, dimostrando che le donne avevano già ottenuto un certo riconoscimento nel mondo culturale dell’epoca. Tuttavia, venivano poi confinate all’interno delle mura domestiche, incapaci di esprimere la propria sensualità, ridotte a semplici oggetti del desiderio maschile. Il godimento femminile non era concepito, e il loro ruolo si limitava alla maternità e alla protezione della famiglia.
Questi due temi, al di là di altre interpretazioni, si ritrovano anche nelle diverse dittature, inclusa la nostra. Nella nostra dittatura, il numero di figli era direttamente proporzionale al numero di soldati che la patria poteva contare. In ogni dittatura, le donne, anche nella Germania nazista, erano considerate fattrici e custodi del focolare.
La Chiesa Cattolica, spesso criticata per la sua misoginia, ha storicamente dimostrato un rispetto per la donna superiore a quello manifestato da dittature o dalla cultura vittoriana. Questo si evince dal ruolo attivo, seppur marginale, della Madonna nella vita di Cristo. Sebbene gli interventi della Madonna nel Vangelo siano limitati e calibrati, e lei sia guidata da Cristo, la sua presenza è significativa.
Nell’antichità, la Chiesa contava le diaconesse tra i suoi membri. Figure come la Papessa Giovanna e Marotte testimoniano il successo delle donne in ambito ecclesiastico.
Al contrario, l’epoca vittoriana segnò un periodo di regressione per la condizione femminile, riducendo la donna a semplice oggetto, incarnata dai ruoli di Madre e Patrizia.
Il film sulla vita di Oscar Wilde illustra efficacemente questo contesto sociale. In una scena iniziale, Wilde, circondato da giovani donne, viene successivamente coinvolto in una relazione omosessuale. Una donna, che lo saluta mentre passa davanti alla sua casa, rappresenta la vita che Wilde conduce al di là delle sue relazioni future. In Inghilterra, i club privati erano inaccessibili alle donne, sottolineando la loro relegazione alla sfera domestica.
L’ingresso di una donna, come la futura moglie indiana di Giuseppe del Monte, nel circolo da cui egli proveniva, suscitò scalpore e fu percepito come la fine della società inglese tradizionale.
Sebbene possano apparire aneddoti di poco conto, rivestivano un’importanza significativa all’epoca. Chi abbia visto il film “Morris” ricorderà una scena particolarmente interessante in cui il protagonista sposa l’amico di Morris. La scena si sviluppa con la donna, adornata di trine e pizzi, che si reca a letto. L’uomo si spoglia, e la donna, spinta dalla curiosità di osservare il suo corpo, si alza. Tuttavia, poiché l’uomo indossa una camicia, la donna non riesce a vedere il suo genitale. Quando l’uomo si volta, la donna si ritira rapidamente, come se fosse spaventata. Inoltre, il film esplora la sessualità attraverso le interazioni con le prostitute nei bordelli, piuttosto che per strada.
Per approfondire il ruolo della donna nella società, si consiglia di consultare gli scrittori francesi o opere come “Madame Bovary”, che illustrano chiaramente la condizione femminile. Queste opere descrivono la lotta della donna per l’emancipazione e il modo in cui viene percepita e trattata. Un esempio significativo è il pamphlet di Frobard che narra la prima notte di nozze.
Questo racconto, seppur possa sembrare un’esagerazione, non lo è, poiché in seguito si comprenderà l’impatto di tali eventi. La giovane donna, completamente ignara di ciò che accade durante la prima notte di nozze, si ritrova più vestita in camicia da notte rispetto al marito, che è minimamente coperto e desidera avere un rapporto. Nonostante la sua ignoranza, poiché sua madre le ha fornito alcune istruzioni e suo padre ha assicurato al marito che lei gli appartiene, ne consegue un disastro. Il marito la deflora, ma l’atto si trasforma in violenza, poiché la donna non ha alcuna conoscenza e non prova alcun piacere.
L’uomo la prende, la possiede e se ne va, soddisfatto, poiché questo era il comportamento accettato all’epoca. Questo ci porta a comprendere la proliferazione dell’isteria, un tema che è stato ampiamente discusso nel corso precedente.
La costrizione della donna a celare la propria sensualità e femminilità conduce all’isteria e a tutta la sintomatologia paradossale ad essa associata, da cui Sigmund Freud trarrà ispirazione per le sue narrazioni. L’isteria raggiunge il suo apice. Tuttavia, è importante sottolineare che la fisiologia medica europea, rappresentata da Freud, sostiene che l’isteria sia un problema di natura psicologica, precisamente di psicodinamica, ovvero la dinamica psicologica.
L’intera neurofisiologia e fisiologia europea dell’epoca nega l’esistenza dell’isteria come malattia mentale o disturbo psicologico. I neurologi, gli psichiatri e i fisiologi dell’epoca sostenevano che nel cervello si formasse una lesione. Questa affermazione presenta un certo margine di verità.
L’aspetto più interessante è che, al momento del decesso, tale lesione scompariva. All’epoca, infatti, quando un paziente moriva in ospedale, non si richiedeva il permesso per l’autopsia, in particolare per l’esame del cranio, poiché era una pratica comune. Si affermava che questa lesione fantasmatica fosse scomparsa.
Sarà Freud, e per questo motivo il suo pensiero merita un’attenta analisi, il primo a sostenere che l’isteria sia un problema di natura psichica. Approfondiremo questo aspetto in seguito.
Pertanto, le donne sono considerate isteriche e manifestano i sintomi noti a causa di una lesione cerebrale che, al momento del decesso, non scompare. Anche Jean-Martin Charcot, che presso la Salpêtrière di Parigi, attraverso l’ipnosi, conduce ricerche e tenta di curare le isteriche, respinge l’idea di Freud riguardo all’inconscio, affermando che in questo caso non esiste. Egli nega l’esistenza dell’inconscio, sostenendo che esista solo ciò che è razionalizzabile e quantificabile. Questa affermazione, sebbene non corretta, riflette il pensiero dell’epoca.
È stata compresa la spiegazione finora? Certamente. Sarà dunque Sigmund Freud a compiere un passo significativo in questo ambito. Al suo ritorno da Parigi, dove ha trascorso circa un anno con Jean-Martin Charcot presso la Salpêtrière, Freud si rivolge a Hippolyte Bernheim e Ambroise-Auguste Liébeault, due altri medici francesi che sostenevano l’efficacia dell’ipnosi come trattamento terapeutico. Anche loro, tuttavia, rifiutano di considerare l’esistenza dell’inconscio, rispondendo in modo analogo a Charcot.
Non vi è alcuna ragione di proseguire in tale direzione. L’inconscio non esiste, una tesi che si rivela errata. È tutto chiaro? Ipnosi.
L’ipnosi, quale metodo terapeutico, trae origine dal mesmerismo. Nel XVIII secolo, il medico e scienziato Franz Anton Mesmer, figura poliedrica, sviluppò il concetto di “fluido animale”, una forza ipotetica che riteneva potesse influenzare gli individui. Mesmer sosteneva che coloro che possedevano questo fluido potessero ipnotizzare gli altri, promuovendone il benessere. In questo contesto, non mi soffermerò sulle specifiche modalità con cui Mesmer organizzò la sua pratica a Parigi, attirando l’attenzione delle donne della nobiltà che si rivolgevano a lui per alleviare i loro malesseri. Nonostante la maggiore libertà di costumi delle donne francesi nel Settecento, la loro vita coniugale era spesso caratterizzata da una scarsa intimità, limitata alla procreazione. Dopo la nascita di un figlio, il rapporto coniugale si interrompeva frequentemente, poiché il marito si dedicava ad altre occupazioni. In tali circostanze, le donne erano accompagnate da un “cavaliere servente” che si occupava delle loro uscite quotidiane e dei loro svaghi, mantenendo il segreto di tali relazioni per evitare scandali. Nonostante queste precauzioni, le donne francesi erano comunque soggette a episodi di isteria, non tutte avendo la fortuna di essere affiancate da un cavaliere servente benestante. L’isteria era diffusa tra le donne dell’epoca e Mesmer la trattava con l’ipnosi. Tuttavia, a seguito di alcune disavventure, Mesmer fu ridicolizzato e l’ipnosi, allora nota come mesmerismo, fu screditata e considerata una pratica disonesta, portando alla sua emarginazione e alla sua successiva morte. Nonostante ciò, l’ipnosi come tecnica terapeutica sopravvisse e fu ulteriormente sviluppata da medici francesi, americani e, in misura minore, italiani ed europei. I medici francesi, in particolare, si distinsero per la loro competenza nell’ipnosi, sebbene si concentrassero esclusivamente sugli aspetti oggettivi, senza considerare l’inconscio. All’epoca, due scuole mediche di eccellenza si contendevano il primato: la scuola austriaca, o viennese, e la scuola francese. Quest’ultima fu una delle prime a promuovere la liberazione dei malati dai manicomi, sebbene li tenesse ancora in catene, rappresentando una significativa conquista sociale. La psicoterapia, tuttavia, non era ancora praticata, essendo considerata un’idea radicale. In una situazione in cui si rendeva necessario un intervento medico, il Dottor Breuer, intimo amico del Dottor Freud, fu chiamato a prestare assistenza a una giovane donna, nota nel saggio come Anna O. Il suo vero nome era Bertha Papenay. Questa paziente presentava una serie di sintomi neurologici inspiegabili. In alcuni momenti, manifestava una perdita totale della funzionalità sensoriale, mentre in altri, nonostante la presenza di tutti i sensi, non riusciva a parlare, a gesticolare, a bere, a dormire e a svolgere altre attività quotidiane. Quali furono le azioni intraprese dal Dottor Breuer in risposta a questa complessa situazione? Attraverso l’ipnosi, Bertha viene indotta in uno stato di trance, consentendole di recuperare il ricordo di un evento stressante o traumatico. Il giorno successivo, il sintomo associato a questo ricordo svanisce. Questo meccanismo è alla base della psicoterapia. Una sera, la dottoressa viene chiamata al cospetto di una giovane donna che sta attraversando una grave crisi isterica. Durante l’episodio, la paziente dichiara di essere incinta del dottor Breuer, nonostante sia vergine. Preoccupato, il dottor Breuer, operante nell’austero contesto dell’Ottocento, trasferisce il caso al dottor Freud. Ascoltando il racconto di Breuer e utilizzando l’ipnosi con la paziente, Freud percepisce la presenza di un’inconsistenza, intuendo l’esistenza dell’inconscio. Successivamente, fornirò una definizione di inconscio. Freud inizia a lavorare con la paziente, inizialmente tramite l’ipnosi, per poi passare a un setting terapeutico più convenzionale. Sebbene la paziente possa non essere completamente guarita, Freud interrompe l’uso dell’ipnosi, riconoscendo la sua minore competenza rispetto al suo collega. Adotta invece due tecniche: le libere associazioni, una metodologia psicoterapeutica fondamentale per la ricerca e la rielaborazione del trauma, e una seconda tecnica, meno utilizzata al giorno d’oggi. Quest’ultima prevedeva che il paziente si sedesse di fronte al terapeuta, fissando un lentino, mentre il terapeuta si posizionava dietro o di lato. Tale tecnica sta perdendo popolarità a causa dell’avvento delle sedute online durante la pandemia di COVID-19, della difficoltà di mantenere un setting ortodosso e della preferenza di alcuni pazienti per un setting “reisciano”, in cui si siedono in poltrona di fronte all’analista, percependo una maggiore partecipazione da parte di quest’ultimo. Sigmund Freud non era rigido come si crede. È noto che Freud spesso conduceva le sedute di psicoanalisi passeggiando, una pratica che mantenne anche negli ultimi anni della sua vita in Inghilterra. Inoltre, Freud non aderiva al famoso “silenzio” prolungato che caratterizzò la psicoanalisi per molti anni. Quando un paziente rimaneva eccessivamente silenzioso, Freud lo incoraggiava a parlare, affermando: “Allora parliamo, cominciamo, ci muoviamo”.
La teorizzazione successiva in psicoanalisi suggeriva che il silenzio prolungato avrebbe evocato nel paziente il desiderio di comunicare. Tuttavia, questo approccio non si rivelava sempre efficace. Oggi, l’approccio ortodosso del silenzio prolungato non è più comune. I pazienti necessitano di interazione e guida.
La differenza tra psicoterapia e psicoanalisi risiede nell’analisi della mente e dell’anima, non della psiche. La psicoanalisi si concentra non tanto sui contenuti, quanto sulle tecniche utilizzate, come il silenzio, l’interpretazione dei sogni e l’interpretazione delle associazioni libere. Nella psicoterapia, queste tecniche vengono mantenute, ma l’approccio è generalmente più accogliente. Si cerca di venire incontro alle difficoltà del paziente, ad esempio, in presenza di blocchi inconsci insormontabili. In tali casi, si può concordare con il paziente l’integrazione di sedute di ipnosi, al fine di verificare se l’inconscio accetta di riprendere la comunicazione. Una volta ristabilita la comunicazione, si ritorna alla tecnica psicoanalitica standard. La psicoterapia si concentra sull’individuazione dei traumi, poiché Sigmund Freud teorizzava che alla base delle manifestazioni patologiche di un individuo si celasse un trauma. Freud sosteneva che tale trauma fosse prevalentemente di natura sessuale, sebbene questa non sia necessariamente la causa in ogni caso. All’epoca di Freud, la sessualità era fortemente repressa e condizionata, il che potrebbe aver influenzato la sua percezione. Freud fece inoltre una scoperta che gli fu contestata ripetutamente: le molestie sessuali inflitte da adulti a minori. All’epoca, i bambini erano considerati esseri innocenti e i genitori, in particolare le madri, erano percepiti come perfetti. Tuttavia, questa visione era spesso fuorviante, poiché esistevano individui, oltre ai pedofili, che commettevano tali atti. Freud affermava inoltre che i bambini possiedono una natura perversa e polimorfa. Se un bambino viene adeguatamente gestito e circondato da un ambiente appropriato, può essere portato a compiere azioni che, se eseguite da un pedofilo, comporterebbero violenza. In tali situazioni, il bambino può sopportare la violenza, ma se viene adeguatamente protetto, non subisce necessariamente danni immediati. Ad esempio, una paziente mi raccontò di un episodio avvenuto quando aveva 11 o 12 anni, in cui un amico di famiglia la costrinse a compiere atti sessuali orali durante i pranzi di famiglia, senza tuttavia lasciare alcuna traccia. Un medico, noto per la sua mentalità aperta e la sua accettazione della femminilità, raccontò l’episodio con leggerezza. Questo esempio illustra la gamma di reazioni individuali, che vanno da una percezione repressiva influenzata dall’educazione a un approccio più disinvolto e persino umoristico. È tutto chiaro fin qui? C’è qualcuno che desidera chiarimenti? Ci troviamo all’inizio del nostro discorso, che approfondiremo, considerando la varietà di approcci psicoterapeutici e modalità esistenti. Esploreremo la psicanalisi in chiave freudiana, che, già ai tempi di Sigmund Freud, si è articolata in diverse correnti. Oltre a Freud, possiamo citare Carl Gustav Jung, Alfred Adler, Otto Rank e Wilhelm Reich. Freud rappresenta la psicanalisi ortodossa, la forma più conosciuta e razionale di psicoterapia psicanalitica. Jung, invece, introduce il concetto di inconscio collettivo, collegato all’inconscio individuale attraverso gli archetipi ancestrali, suggerendo un approccio più spirituale. Il conflitto tra Jung e Freud si fonda proprio su questa divergenza: uno razionale, l’altro incline alla spiritualizzazione.
Adler, d’altro canto, si discosta da alcuni postulati freudiani sulla sessualità, proponendo una visione più virile. Le sue teorie sono state talvolta strumentalizzate da regimi dittatoriali come esempio di mascolinità dominante. Otto Rank offre una prospettiva interessante sulle nevrosi, che non approfondiremo in questa sede. Wilhelm Reich, con la sua teoria dell’orgone, promuove un recupero psicoterapeutico attraverso la visualizzazione e la presa di coscienza della sessualità individuale. Le sue pratiche terapeutiche, che includevano massaggi e tecniche specifiche, sono state oggetto di controversie e hanno portato alla sua condanna negli Stati Uniti, dove è stato infine incarcerato e ucciso. Le sue idee, tuttavia, hanno contribuito alla discussione sulla libertà sessuale, in particolare femminile, che ha influenzato lo sviluppo della sessuologia moderna. Su questi temi ci concentreremo nel nostro lavoro. Lavoriamo sull’inconscio, concetto introdotto da Freud. L’inconscio si riferisce a tutte le attività mentali che non sono presenti alla coscienza, comprendendo una serie di processi mentali di cui non siamo consapevoli. Questo include pensieri, emozioni, istinti e rappresentazioni, che costituiscono la base del nostro comportamento umano, ma di cui non siamo consapevoli. L’aspetto cruciale dell’inconscio è la mancanza di consapevolezza del soggetto, che, insieme all’ambiente psicodinamico, contribuisce alla manifestazione e al nutrimento delle diverse nevrosi. Pertanto, l’inconscio comprende interamente una serie di elementi sconosciuti.
Freud suddivide l’inconscio in tre componenti, concentrandoci inizialmente sulla prima topica. Questa si divide in Es, Io e Superio Io. L’Es, in latino “lui”, è impersonale e rappresenta l’inconscio legato all’istintualità, come la fame, la sete, il desiderio sessuale e il bisogno di divertimento. Quando spiego questo concetto ai miei pazienti, lo paragono al nocchiero della nave, colui che gestisce gli aspetti pratici, mentre i meccanismi sono inconsci.
L’Io, invece, ha componenti sia inconsce che consce. L’Es esprime bisogni come la fame, che attivano i meccanismi dell’Io, il quale risponde affermando: “Sì, ho fame”. Pertanto, l’Io è in parte inconscio e in parte conscio.
Infine, abbiamo il Superio Io, che paragona al comandante e al pilota della nave. Il Superio Io è completamente inconscio. Freud lo considera un elemento fondamentale della psiche umana. Sigmund Freud definisce il Superio come la coscienza morale che si sviluppa attraverso l’educazione ricevuta. Un’educazione rigida, ad esempio, può portare alla formazione di un Superio altrettanto rigido, che influenzerà le modalità comportamentali dell’individuo di fronte alle diverse situazioni della vita. Il Superio, in questo contesto, può essere paragonato al comandante della nave, operando a livello inconscio.
Per illustrare questo concetto, consideriamo la nevrosi dell’anoressia. L’individuo affetto da anoressia, sia esso una ragazza o un ragazzo, si astiene dal cibo con l’obiettivo di dimagrire. Alla base di questo disturbo si cela un conflitto con il Superio, che trasmette il messaggio di un amore insufficiente da parte dei genitori. Questo sentimento di inadeguatezza, che può risalire a un periodo infantile in cui l’individuo si è percepito amato, spinge il Superio a suggerire la regressione come meccanismo per riconquistare l’amore dei genitori. La domanda che si pone l’individuo è: “Cosa posso fare per farmi amare di più dai miei genitori?”. La risposta, suggerita dal Superio, è la regressione. Decido di astenermi dal cibo, ma non si rende conto della mia decisione. Lei afferma di avere fame, e io sono d’accordo, suggerendo di mangiare. Tuttavia, il supervisore si oppone, affermando che non dobbiamo mangiare perché desidera dimagrire per regredire fisicamente e conformarsi a una fantasia neurotica malata di ciò che era un tempo. È noto che le ragazze anoressiche possono manifestare sintomi fisici gravi, come l’amenorrea e l’arresto dei meccanismi che segnalano l’avanzare dell’età. Sebbene esistano diverse opzioni terapeutiche, in passato il risultato poteva essere fatale, e purtroppo ci sono ancora decessi. Storicamente, l’anoressia era prevalentemente associata al genere femminile, ma si sta diffondendo anche tra gli uomini, che spesso iniziano a manifestare i sintomi quando la condizione è già grave, con un esito potenzialmente tragico. A Bologna, il Centro Zanardi offre supporto, così come i miei colleghi, altamente qualificati. A Verona, il Centro Cervini Palazzole è un’altra risorsa valida. Tuttavia, a volte è difficile intervenire efficacemente, poiché la convinzione di essere amati solo se si raggiunge un livello estremo di magrezza, persino di fronte al rischio di morte, è profondamente radicata nell’anoressia. Ne sappiamo ancora relativamente poco. Ad esempio, la Principessa Diana ha sofferto di anoressia durante il periodo precedente alla separazione dal Principe Carlo, probabilmente a causa della mancanza di amore da parte del marito. Storicamente, l’anoressia è più frequentemente associata alla perdita dei genitori, ma i meccanismi sono simili. La bulimia, considerata l’altro lato dell’anoressia, presenta meccanismi leggermente diversi. Chi ne soffre mangia e si abbuffa, per poi sentirsi in colpa a causa dell’immagine mentale di corpi emaciati, ma cerca di colmare il vuoto interiore. Il meccanismo dell’anoressia è quello di gestire il vuoto, mentre quello della bulimia è quello di riempirlo, seguito da abbuffate e conseguente senso di colpa. Il soggetto pratica il “vomiting”, recandosi in bagno e inducendo il vomito mediante l’inserimento di dita in gola. Tale comportamento viene ripetuto una o due volte al giorno. Questo meccanismo è anche utilizzato come strategia per sfuggire al “telestro”, permettendo al soggetto di liberarsi del cibo ingerito in eccesso. Il sottostante meccanismo psicologico è la carenza affettiva, che si manifesta in due modi: uno desidera recuperare l’affetto perduto tornando indietro nel tempo, mentre l’altro cerca di colmare il vuoto attraverso l’ingestione di cibo. È noto che gli alimenti dolci, in particolare, hanno la capacità di riempire efficacemente lo stomaco e di indurre una sensazione di benessere. Questo principio costituisce la base del comportamento bulimico: il soggetto ingerisce grandi quantità di cibo, seguito da un episodio di vomito, per poi ripetere il ciclo. Anche l’anoressia, tuttavia, presenta episodi in cui il soggetto si concede alimenti dolci. L’anoressia bulimica è una nefrosi complessa, caratterizzata da numerosi aspetti idiosincratici. Il soggetto tende a oscillare tra episodi di eccessivo consumo alimentare e periodi di digiuno prolungato, rappresentando i due poli di un’unica sindrome. La carenza affettiva, sebbene non sempre evidente, è un fattore comune. Ad esempio, Carlo aveva una moglie perché la regina aveva imposto il matrimonio con Diana Spencer, anziché con la sua compagna divorziata. Esisteva una tradizione nella famiglia reale che impediva i matrimoni con persone divorziate, come nel caso di Margaret e Peter Townsend. Il fratello del padre di Isabella Sabetta si è unito a Holly Simpson, causando la separazione di Sabetta. Alla fine, anche Sabetta è deceduta, poiché si riteneva avesse rovinato la vita di Margaret, Diana e Carlo. Le patologie proteiche, come l’anoressia e la bulimia, presentano una complessità significativa. L’anoressica percepisce il proprio corpo come sovrappeso, nonostante la visibile magrezza. Il meccanismo psicologico sottostante è il desiderio di regressione a un periodo infantile in cui il soggetto si percepiva amato, indipendentemente dalla veridicità di tale percezione. Questo periodo è spesso associato all’infanzia, un’epoca in cui si comprende che la vita procede in avanti e che il ritorno all’infanzia non è possibile. La bulimica, d’altro canto, cerca di colmare un vuoto, reale o percepito, attraverso l’eccessivo consumo di cibo. Tuttavia, se il soggetto si concede un eccesso alimentare, teme di ingrassare e di non volerlo.L’aumento di peso è una preoccupazione per chi si sente in dovere di essere magro, portando a comportamenti di vomito autoindotto. Ho avuto un’amica anoressica bulimica, che presentava un aspetto scheletrico. Attualmente sono in terapia con una donna bulimica che, nonostante i suoi episodi di vomito, presenta un peso corporeo elevato. Questo accade perché non sempre riesce a espellere l’intero apporto calorico. Ad esempio, se il mio fabbisogno calorico giornaliero è di 2.000 calorie, ne assumo 4.000, ne vomito 1.500 e ne elimino altre 500, ma 500 calorie vengono assorbite, rappresentando il rischio di aumento di peso.
Per quanto riguarda la psicoterapia, negli Stati Uniti essa si è sviluppata in modo diverso rispetto all’Europa. Il mesmerismo, introdotto negli anni 1800, veniva utilizzato per trattare le persone attraverso l’ipnosi. La psicoterapia americana si è evoluta attraverso il pensiero psicoanalitico e gli studi, assumendo una forma distinta. La psicoterapeuta americana si concentra sull’esperienza soggettiva del paziente, mentre le psicoterapeute italiane, francesi e inglesi potrebbero non farlo. Nel 1836, il mesmerismo era praticato negli Stati Uniti. La psicoterapia americana si distingue per due caratteristiche principali: l’ottimismo e il pragmatismo. A differenza della psicoanalisi, che è percepita come un approccio serio, la psicoterapia americana è vista come un processo ottimisticamente orientato al futuro e volto al miglioramento personale. I terapeuti americani affrontano le problematiche del paziente in modo pragmatico, integrando diverse teorizzazioni e utilizzandone tutte nella pratica quotidiana.
Numerosi studi, sia americani che europei, hanno dimostrato che qualsiasi psicoterapia ben strutturata, indipendentemente dalla teoria sottostante, è efficace, purché non sia eccessivamente rigida. Pertanto, non è più necessario distinguere tra diverse scuole di pensiero psicoterapeutico. Esiste un’ampia gamma di approcci psicoterapeutici, tra cui quello psicoanalitico, quello dinamico e quello cognitivo-comportamentale. L’efficacia di un trattamento psicoterapeutico dipende principalmente dalla competenza e dall’esperienza del terapeuta. Numerose ricerche approfondite, condotte principalmente negli Stati Uniti, hanno contribuito all’integrazione dei diversi postulati teorici alla base delle varie psicoterapie. Gli psicoterapeuti americani, in particolare, hanno dimostrato una maggiore propensione all’integrazione teorica rispetto ai loro colleghi europei. Inoltre, gli psicoterapeuti americani tendono ad aderire maggiormente alla corrente cognitivo-comportamentale, basata sul modello stimolo-risposta, derivato dagli esperimenti condotti su animali come i topi. Questo approccio prevede l’utilizzo di tecniche di condizionamento per aiutare i pazienti a superare le proprie problematiche psicologiche. Sebbene le terapie cognitivo-comportamentali siano efficaci e ampiamente utilizzate anche in Italia, presentano un limite: tendono a concentrarsi sul condizionamento comportamentale senza approfondire le cause profonde dei disturbi psicologici. È fondamentale evitare di approfondire eccessivamente le problematiche, come avviene nella psicoterapia o nella psicanalisi, poiché ciò può portare a situazioni in cui i pazienti, dopo aver completato diverse terapie comportamentali, sperimentano una ricaduta dei sintomi. Le terapie comportamentali, pur essendo brevi e talvolta efficaci, possono non affrontare le cause profonde dei problemi, il che può portare alla loro ricomparsa. Ho avuto pazienti che hanno beneficiato di 2-3 terapie comportamentali, ottenendo sollievo per diversi anni. Tuttavia, poiché non sono state affrontate le cause sottostanti, i problemi si sono ripresentati. Pertanto, abbiamo optato per una terapia psicologica più approfondita, non perché fosse intrinsecamente superiore, ma perché ci ha permesso di identificare e rimuovere le cause profonde del problema.
Questo approccio può essere paragonato all’intervento chirurgico per un tumore cerebrale. I tumori benigni, se situati in aree complesse del cervello, possono essere difficili da rimuovere completamente. In alcuni casi, può essere preferibile non intervenire ulteriormente per evitare di danneggiare aree critiche, come quelle responsabili del linguaggio. Ad esempio, da giovane, ho subito un intervento chirurgico per rimuovere un tumore cerebrale, ma una piccola parte è rimasta perché non era possibile rimuoverla completamente senza compromettere l’area del linguaggio. Di conseguenza, dopo 2-3 anni, ho dovuto sottopormi a un secondo intervento, durante il quale i chirurghi sono riusciti a rimuovere l’intero tumore grazie alla sua diversa posizione. Fortunatamente, l’intervento è stato un successo e ora sto bene.
Recentemente, ho ricevuto un messaggio da un ex paziente che ora studia Psicologia del Lavoro. Mi ha scritto dalla Boemia, a Praga, dove si trova per un viaggio solitario, e mi ha fatto gli auguri per il Natale. Questo esempio illustra l’importanza di affrontare le cause profonde dei problemi psicologici per prevenire ricadute e potenziali peggioramenti. Nel nostro lavoro di psicoterapia, è essenziale adottare un approccio completo per garantire risultati duraturi. È fondamentale procedere con calma e senza fretta, approfondendo l’analisi e proseguendo fino a quando non si raggiunge un punto di saturazione, ovvero quando non è più possibile rimuovere ogni singolo strato che ha generato la patologia. In merito al secondo punto, nella prossima discussione sulla psicoterapia, illustrerò le diverse patologie nervose che possono essere trattate con tale approccio terapeutico. Queste patologie sono classificate come nervose dal punto di vista psicologico, mentre dal punto di vista fisico, la competenza spetta al neurologo. Purtroppo, quando si verifica un episodio di psicosi, l’intervento dello psichiatra diventa necessario. Questo approccio tripartito prevede la collaborazione tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra per la gestione delle patologie nervose, mentre il neurologo si occupa dei problemi di natura fisica. Il ruolo dello psicologo, tuttavia, non si limita alla gestione della depressione, che può essere trattata anche dallo psichiatra.
In Italia, è prassi consolidata che psicologi, psicoterapeuti e psichiatri collaborino, sebbene non sempre sia possibile. Una volta effettuata la diagnosi e stabilito che la depressione non è di tipo maggiore, ma reattiva, si può intervenire con un approccio multidisciplinare che preveda l’utilizzo di farmaci, psicoterapia e attività fisica, che contribuiscono al superamento della crisi depressiva. Mi sono spiegato? È di fondamentale importanza comprendere che una delle caratteristiche distintive della depressione è l’isolamento, manifestato attraverso la permanenza in ambienti bui e silenziosi, il riposo prolungato a letto, l’assenza di stimoli uditivi e visivi, e la totale inattività. La depressione maggiore, riconosciuta come una patologia mentale, richiede un trattamento specifico mediante l’utilizzo di psicofarmaci di elevata potenza. Inoltre, la depressione maggiore può spesso condurre al suicidio, in quanto la gestione della depressione reattiva, che rappresenta una risposta a specifiche situazioni, può risultare complessa. In tali casi, i farmaci agiscono come un tampone sui sintomi durante le fasi acute, mentre la psicoterapia si concentra sull’individuazione delle cause sottostanti alla depressione e sulla successiva modifica dei comportamenti.
In situazioni in cui si verificano difficoltà relazionali, ad esempio con il coniuge, non è opportuno considerare la separazione come unica soluzione. Piuttosto, è fondamentale lavorare con il paziente, anche in contesti apparentemente semplici, sulle motivazioni che hanno portato alla crisi, favorendo l’accettazione della situazione. È importante sottolineare che la risoluzione di tali problematiche non si limita a cambiamenti superficiali, ma richiede un lavoro profondo sulle dinamiche interiori, analogamente a quanto avviene nel trattamento delle crisi di panico.
Le crisi di panico sono meccanismi ansiosi di natura squisitamente ansiosa, strettamente correlati a tre fattori: insoddisfazione affettiva, insoddisfazione professionale e insoddisfazione di risultato. La persistenza di queste insoddisfazioni, anche in presenza di due di esse, e la conseguente negazione dei segnali inviati dall’inconscio, possono portare all’insorgenza di una crisi di panico. Quest’ultima si manifesta con un’intensa sensazione di morte imminente e di difficoltà respiratorie, che, tuttavia, non si concretizzano mai nella realtà. Una verità fondamentale riguardo alle crisi di panico è che non si verifica mai nulla di grave. La percezione di morte e soffocamento è il risultato della mancata considerazione delle cause del disagio interiore.
Esiste una tecnica, nota come “tecnica del sacchetto”, che può essere utilizzata per gestire le crisi di panico. Questa tecnica è disponibile per l’acquisto. Negli Stati Uniti, esiste una tecnica piuttosto singolare, ma al contempo efficace, per gestire gli attacchi di panico. Si tratta di utilizzare un sacchetto di carta, simile a quelli comunemente impiegati, per regolare la respirazione. In caso di crisi, quando si percepisce una difficoltà respiratoria e si teme la perdita di coscienza, è consigliabile allontanarsi momentaneamente dalla situazione e iniziare a respirare all’interno del sacchetto. Il punto focale dell’attenzione dovrebbe essere il movimento del sacchetto: la sua espansione durante l’inspirazione e la sua contrazione durante l’espirazione. Questo esercizio di concentrazione sul sacchetto contribuisce a calmare la mente e a ristabilire un ritmo respiratorio regolare. Due strategie efficaci per alleviare l’ansia associata alla difficoltà respiratoria e per interrompere un attacco di panico sono l’osservazione del proprio respiro e il reindirizzamento dell’attenzione. Queste tecniche sono particolarmente utili in contesti come gli aerei, dove un individuo potrebbe manifestare un attacco di panico. Ad esempio, se una persona avesse un attacco di panico, si potrebbe suggerirle di isolarsi in un angolo e concentrarsi sulla respirazione. Ricordo un caso in cui una paziente anziana mi ha richiesto di utilizzare questa tecnica, inizialmente prendendomi in giro. Tuttavia, il medico ha confermato la sua validità, descrivendola come una tecnica americana, sebbene non originaria della nostra cultura, ma comunque efficace per interrompere gli attacchi di panico.
Gli attacchi di panico derivano da tre radici principali: insoddisfazione nella sfera personale, insoddisfazione professionale e insoddisfazione nella qualità della vita. È fondamentale affrontare queste radici per mitigare l’ansia. Ad esempio, se un individuo si rende conto di aver scelto un partner inadatto, potrebbe non essere possibile apportare cambiamenti immediati, a differenza di un capo d’abbigliamento. In tali casi, potrebbe essere necessario porre fine alla relazione per migliorare il proprio benessere. Al contrario, se un individuo è insoddisfatto del proprio lavoro, può intraprendere una ricerca di un’occupazione più gratificante, riducendo così l’insoddisfazione in due aree della propria vita. In definitiva, la responsabilità di rendere la vita interessante spetta all’individuo, e impegnarsi in attività produttive può contribuire significativamente a questo obiettivo.
Affrontando le tre radici dell’insoddisfazione inconscia che contribuiscono agli attacchi di panico, è possibile ridurre efficacemente la loro frequenza e intensità. Tuttavia, è importante ricordare che gli attacchi di panico sono intrinsecamente legati all’ansia. Il termine “associazioni libere” si riferisce alla libertà del paziente di esprimere pensieri e sentimenti senza censura, consentendo al terapeuta di analizzare i processi mentali sottostanti. A differenza dell’approccio di Sigmund Freud, che prevedeva che il paziente si sdraiasse su un lettino, evitasse il contatto visivo e verbalizzasse ogni pensiero che gli venisse in mente, l’analista moderno interviene occasionalmente per interpretare queste associazioni. Tale interpretazione mira a scoprire le motivazioni inconsce alla base delle nevrosi, come la paura o il mistero.
Le associazioni libere sono particolarmente utili dopo l’interpretazione dei sogni. Sebbene un sogno possa presentare una narrazione semplice, le sue motivazioni possono non essere immediatamente chiare. In tali casi, le associazioni libere aiutano a esplorare le situazioni mentali che hanno portato al sogno, fornendo una comprensione più profonda del suo significato. Questo metodo è stato impiegato anche da Carl Jung, che utilizzava l’associazione di parole. Egli pronunciava una parola e analizzava le risposte del paziente, seguendo un filo logico per identificare le radici delle nevrosi.
Ad esempio, la parola “gatto” può evocare immagini di un animale grazioso e affettuoso, ma può anche rappresentare un felino, caratterizzato da aggressività. Analogamente, l’interpretazione di un sogno riguardante un treno, sebbene non divulgata pubblicamente, può rivelare significati complessi. Il treno viene interpretato in un determinato modo a livello analitico, poiché è un’esperienza soggettiva. Tuttavia, può anche essere interpretato come la possibilità di realizzare qualcosa di diverso. Non prendere mai quel treno può significare non essere in grado di coglierlo, a causa di un ostacolo che impedisce di sfruttare un’ulteriore opportunità, oppure a causa dell’evento a cui il treno allude. Mi scuso per l’esempio precedente: ogni oggetto sognato assume un simbolo diverso in relazione al sognatore e alla sua esperienza personale. Non conosco la signora che partecipa alle mie lezioni e non dispongo di informazioni su di lei. Pertanto, analiticamente, il treno viene rappresentato come un rapporto sessuale, quindi simbolicamente identificato. È importante sottolineare che non si può identificarlo simbolicamente con quello; assume valore in relazione all’intera dialettica del sogno e alla connessione personale del sognatore. Alcuni individui sognano di non prendere il treno. Ciò può indicare il desiderio di relazioni, ma anche l’incapacità di cogliere l’opportunità rappresentata dal treno, che consente di realizzarle. In questo caso, si tratta anche della connessione personale del sognatore. Dopo quarant’anni di esperienza in questo campo, ho imparato a districarmi tra i vari elementi, poiché a ogni cosa corrisponde un simbolo. Interpretare un simbolo che è più standard e deriva da altre lezioni sono i serpenti. I serpenti sono classicamente associati al pene. Sognare serpenti rappresenta la carenza, il desiderio o la minaccia rappresentata dalla sessualità. Ad esempio, Anna Hobart Pappenant sognava frequentemente serpenti che si infilavano sotto il letto, mani e gambe che si trasformavano in serpentelli, a causa della sua sessualità completamente repressa nell’epoca vittoriana. Inoltre, era innamorata del padre, il che, ovviamente, non è accettabile nella nostra cultura. Di conseguenza, manifestava una sessualità repressa. Di solito, sogno un pitone che va sotto il letto. Qual è il significato di un pitone sotto il letto? Può avvolgermi con il suo respiro, quasi strangolarmi simbolicamente. Ci troviamo in una posizione neutra, poiché si tratta di un vissuto personale, di un’esperienza condivisa da un individuo che ci confida i suoi pensieri. Questa persona potrebbe avere una sessualità, percepirla come una minaccia, essere fortemente incline ad essa, desiderarla intensamente, ma al contempo reprimerla. Vive una sorta di “pitone” che la stringe, una sessualità percepita come negativa e pericolosa. È stato chiaro? L’analisi è ricca di simbolismi, di diverse sfumature, molto interessante. Il gatto, da cui siamo partiti, rappresenta per eccellenza l’aggressività. Se sognate dei bei mici, non lasciatevi ingannare dalla loro apparente docilità, poiché il gatto indica la presenza di un’aggressività latente, che può essere attenuata o bloccata. Se il micetto si mostra aggressivo, è comunque un’aggressività in divenire, poiché il gatto, come tutti i felini, può infliggere un graffio improvviso. Il cane, invece, rappresenta simbolicamente la fedeltà e l’abnegazione. Se al gatto noi lo picchiamo, non si avvicina più con la stessa frequenza, mentre il cane, anche se maltrattato, ritorna presto, a dimostrazione della sua abnegazione. L’uomo, quindi, se sogna il cane, può sognare il desiderio di fedeltà, poiché il cane rappresenta la fedeltà e l’abnegazione al padrone. Il sogno di avere o desiderare un cane può quindi indicare il desiderio di fedeltà. La tigre, un felino estremamente aggressivo, violento e sudato, lo vedo là. Se sogno di essere fermo e di osservare una tigre che passeggia per i fatti suoi, cosa significa? L’inconscio percepisce l’aggressività nell’ambiente circostante, segnalandomi la necessità di un’introspezione. Questo fenomeno non è statico, ma cinetico, e percepisco un’anomalia che richiede attenzione e cautela, poiché l’aggressività potrebbe manifestarsi nelle vicinanze. Tornando all’inconscio, esso non emerge in questa dialettica, ma possiede una storia propria. Già Platone, figura di spicco nel panorama filosofico, si è occupato dell’inconscio, descrivendolo come un serbatoio di pensieri, emozioni, istinti e rappresentazioni che l’individuo non conosce né riconosce. Platone illustra questo concetto attraverso la metafora della caverna, in cui l’osservatore percepisce senza comprendere appieno. Dal punto di vista filosofico, il XVII e XVIII secolo, in particolare con Leibniz, hanno approfondito il concetto di inconscio, interpretandolo come l’esistenza di un quid di inconoscibilità interiore, in contrapposizione alla razionalizzazione cartesiana. I filosofi razionalisti, tra cui Leibniz, sono definiti anche filosofi spiritualisti, poiché sostengono l’esistenza di una dimensione della realtà umana che sfugge alla conoscenza e alla razionalizzazione. Attraverso il loro contributo, il discorso sull’inconscio si è evoluto, culminando nell’opera di Freud, che merita un riconoscimento particolare per questa intuizione. All’epoca di Freud, infatti, esisteva una corrente di pensiero che negava l’esistenza dell’inconscio. Egli negava l’esistenza dell’inconscio e delle potenziali scoperte al suo interno, sostenendo che, sebbene tutti soffrissero, nessuno ricevesse un trattamento adeguato. Si osservava un sollievo temporaneo dai sintomi quando si riusciva a trattarli, ma una vera e propria guarigione non era mai raggiunta. È importante ricordare che la medicina dell’Ottocento, fino all’avvento della Seconda Guerra Mondiale, era prevalentemente nicotinica. Da giovane, io stesso ho assistito alla paura che mia nonna e mia zia provavano all’idea di recarsi in ospedale. Inizialmente non ne comprendevo il motivo, ma successivamente, acquisendo una maggiore conoscenza della medicina, ho capito che l’ospedale dell’epoca non si concentrava sulla ricerca di cure, bensì sull’analisi dei sintomi. L’amore era considerato sufficiente. Inoltre, la farmacopea disponibile all’epoca era limitata, rendendo il ricovero ospedaliero a volte sinonimo di morte, come affermavano mia nonna e mia zia. L’ospedale non si occupava di guarigione, ma di comprendere la malattia, e le cure erano spesso inesistenti. È opportuno sottolineare che, già tra le due guerre mondiali, la situazione era notevolmente migliorata. Chi, come me, ha consultato i registri dei decessi relativi alla medicina illegale tra l’Ottocento e le due guerre mondiali, può constatare che si moriva di flemmoni, un’infezione orale grave, e di schizanteria, a causa della mancanza di farmaci in grado di bloccare tali patologie. I sulfamidici, introdotti verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, furono utilizzati anche in precedenza, ma in alcune infezioni non riuscivano ad intervenire tempestivamente. Esistono casi documentati di persone decedute a causa di flemmoni o di schizanteria, quest’ultima caratterizzata da una persistente diarrea che porta alla disidratazione. La disidratazione, a sua volta, provoca un’alterazione di tutti i livelli interni del corpo, che può sfociare in crisi epilettiche, poiché tutti i meccanismi collegati all’equilibrio idrostatico vengono compromessi. Non sono stati modificati, e pertanto gli individui decedevano anche in condizioni di sofferenza estrema, poiché, in tali circostanze, si attribuiva la causa al morbo epilettico. La medicina è definita “nichilista” poiché si concentrava sull’analisi dei sintomi della malattia, trascurando l’aspetto terapeutico. Proviamo a riformulare il concetto. Nel caso in cui non mi individuasse, si prega di alzarsi. Ad esempio, esiste un episodio che illustra le pratiche chirurgiche durante l’epoca di Sigmund Freud. Inizialmente, l’anestesia non era disponibile, e gli interventi venivano eseguiti senza alcun mezzo per alleviare il dolore. I pazienti venivano somministrati alcolici, e spesso soccombevano allo shock del dolore. Tuttavia, durante l’epoca di Freud, il clorofono era stato introdotto. Immaginate un emiciclo con studenti seduti, una sala operatoria, un lettino per il paziente, un guardaroba per il professore, un anestesista, due infermieri e un assistente. Il chirurgo primario, che non indossava alcun camice, entrava in sala. Questo era dovuto al fatto che si voleva evitare di ricordare il periodo in cui i chirurghi erano anche barbieri. È importante ricordare che Piero Marancelli, un barbiere, amputò la gamba a Steven Spielberg, come raffigurato in un film di Spielberg. I barbieri, avendo familiarità con il corpo umano, erano considerati anche chirurghi e, in alcuni casi, possedevano competenze chirurgiche. Pertanto, i chirurghi entravano in sala operatoria indossando giacca, camicia, papillon e marsina, il che li esponeva a potenziali contaminazioni. Si toglievano la giacca, che l’infermiera appendeva al guardaroba, aprivano la marsina e si rimboccavano le maniche. Successivamente, si lavavano le mani con un agente disinfettante. Mentre l’anestesista continuava a somministrare il clorofono sul viso del paziente per indurlo al sonno, l’intervento veniva eseguito a mani nude, utilizzando guanti che potrebbero non essere stati adeguatamente sterilizzati. L’assistente indossava un camice bianco. Le infermiere non erano ammesse in sala operatoria perché si credeva che le donne non fossero adatte alle procedure chirurgiche. Fino al 1940, le donne non erano considerate adatte per il ruolo di infermiere in sala operatoria, in particolare durante il ciclo mestruale, poiché si riteneva che fossero infette e impure. Nonostante queste convinzioni, nel 1940, uno dei medici di Freud non voleva che le infermiere indossassero maniche corte. È importante notare che, nel 1890, la presenza di un’unità di donne in sala operatoria non era ben accetta, riflettendo la mentalità dell’epoca. Dopo l’intervento, l’assistente si occupava di suturare, mentre il chirurgo si lavava accuratamente le mani, indossava i guanti e la giacca, e infine salutava gli studenti. Successivamente, il paziente veniva trasportato in camera, dove un infermiere doveva essere presente al risveglio per prevenire il soffocamento, dovuto alla possibile retrazione della lingua. Dopo l’intervento, si registrava un dialogo tra Sigmund Freud, allora specializzando, e un aiuto chirurgo. Quest’ultimo esprimeva preoccupazione per la possibile comparsa di febbre nel paziente, ipotizzando una perdita dei primi 15-20-30 pazienti prima di comprendere appieno la procedura. Questo approccio empirico era comune anche nei primi interventi a cuore aperto, sviluppati negli Stati Uniti. Un chirurgo, il cui nome purtroppo non ricordo, pur essendo molto abile, dovette aggiungere gradualmente diverse fasi all’intervento a cuore aperto, a seguito del decesso dei pazienti, senza una chiara comprensione delle cause. Attualmente, gli interventi a cuore aperto, che inizialmente duravano quasi 40 ore, vengono eseguiti in circa 4 ore. Tuttavia, permangono ancora delle sfide da affrontare. Si ipotizza l’esistenza di una pompa per il sangue e, in definitiva, l’intero apparato si è sviluppato. Tuttavia, si sono verificati 30 o 40 decessi. Alla fine, la situazione era disperata, con un continuo flusso di decessi. L’intento era quello di salvarli. Successivamente, è stato possibile identificare tutte le problematiche. Nonostante ciò, 40 persone avevano perso la vita. È importante sottolineare che quasi tutte le conquiste chirurgiche sono state accompagnate da un significativo numero di decessi. Ad esempio, il robot, a differenza dell’uomo, opera secondo programmazione e non commette errori. Si tratta di un dispositivo meccanico. Tuttavia, la sensibilità della mano umana è insostituibile. Esiste un’altra possibilità, ma è di fondamentale importanza, come evidenziato da un articolo pubblicato su Mind. Se, invece della presenza dello psicoterapeuta durante la terapia, ci fosse un’intelligenza artificiale, ciò non sarebbe accettabile. L’intelligenza artificiale non può sostituire lo psicoterapeuta o lo psicologo per diverse ragioni. Innanzitutto, l’intelligenza artificiale risponde in base alle informazioni che le sono state fornite. Pertanto, la conoscenza della patologia, della malattia e dei relativi aspetti è fondamentale. Ciò che può essere efficace per un individuo potrebbe non esserlo per un altro, ad esempio una signora. Non è possibile standardizzare l’intervento in psicoterapia, poiché la standardizzazione rappresenta la negazione della professionalità. Negli anni ’50, uno dei problemi riscontrati dai nostri colleghi americani riguardava la distinzione tra professionisti e tecnici. Il tecnico applica la tecnica, mentre il professionista la elabora con tempo. Essi hanno optato per il professionista, non per il tecnico. Questa è una scelta della società, poiché il professionista accompagna e segue il paziente, ed è in grado di adattarsi alle esigenze del momento. Mi spiego? La nevrosi ossessiva, in particolare quando presente in ambito familiare, si manifesta come un meccanismo di sovraccarico di tensione che non trova sfogo, trasformandosi in ossessività. Ogni individuo ossessivo presenta una sintomatologia peculiare, che richiede un approccio terapeutico personalizzato basato sulla realtà del singolo caso. L’ossessivo tende ad esprimere un’aggressività latente, comune a tutti, ma a differenza degli altri, non riesce a scaricarla, internalizzandola e rendendola distruttiva. Tale aggressività inibisce la capacità di vivere appieno, compromettendo anche la memoria dei sogni, che vengono ricordati solo quando veicolano un messaggio significativo per l’inconscio. Sebbene tutti sogniamo ogni notte, la mancata memoria dei sogni può indicare che il loro compito è stato svolto efficacemente. Tuttavia, la frequenza e il contenuto dei sogni, come nel caso dei sogni ricorrenti di tigri, possono suggerire la presenza di problematiche specifiche che richiedono un’analisi approfondita. La psicoterapia, condotta in collaborazione con un terapeuta, rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare tali problematiche, consentendo al paziente di esplorare il proprio inconscio e comprendere i messaggi che esso veicola. L’inconscio ci invita a rimanere vigili e consapevoli del nostro ambiente. Ad esempio, è fondamentale prestare attenzione alle persone che ci circondano. Se qualcuno ricorda un sogno, questo svolge già la sua funzione. Personalmente, ricordo molti sogni, ma spesso solo i dettagli specifici. Questo accade perché l’inconscio desidera che ci concentriamo su particolari significativi che trasmettono un messaggio importante.
Di recente, ho fatto un sogno in cui non ho partecipato a una lotteria, ma ho creato un quaderno e ho perso il biglietto. Il messaggio centrale era di ricordare tutti i numeri, il che rende il sogno particolarmente interessante. Innanzitutto, non ho partecipato alla lotteria, quindi c’è un desiderio di vincita, dato il potenziale guadagno economico. Dall’altro lato, c’è la consapevolezza di non aver partecipato e, di conseguenza, di non aver vinto. Questo tema della vincita può essere esteso ad altri ambiti della vita. L’inconscio suggerisce che non sono in grado di trovare il biglietto, sottolineando la perdita di qualcosa nella mia vita in un determinato periodo che avrebbe potuto portare alla vittoria, non necessariamente nel primo tentativo, ma nel mio percorso complessivo.
Ci vediamo lunedì per proseguire la discussione. Durante la settimana, se qualcuno avesse dubbi o domande, non esiti a contattarmi. Risponderò con piacere e fornirò ulteriori chiarimenti, senza alcun costo.







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