corso di fotografia

Ritrarre un Volto

ritrarre un voltoNon a caso le foto segnaletiche della polizia e, diciamolo, anche le Fototessere sono così poco attraenti. Guardare diritto verso la fotocamera rilascia un senso di aggressione, in mancanza del classico sorriso che l’addolcisce. Dal punto di vista del ritrattista l’immagine risulta schiacciata, di poco interesse, poco reale poiché non siamo abituati a vedere i nostri interlocutori diritti in viso. Normalmente ci si sposta durante la conversazione mostrando lati diversi del volto.

Guardando direttamente la fotocamera, i lineamenti del volto si appiattiscono. Si perde il modellato degli zigomi, e della mascella. Le spalle diventano larghe e massicce, troppo per una bella modella.

In ogni ritratto la testa e le spalle dovrebbero essere leggermente ruotate rispetto la fotocamera.  Lievemente inclinate verso l’alto o il basso in modo che congiungendo con una linea virtuale gli occhi e le spalle si creino due linee incidenti.

Fotografare i giorni di scuola

Ai genitori piacciono le tappe dei loro figli. Se sei un genitore sicuramente nel tuo album fotografico ci sono le fotografie di tante tappe importanti: la nascita, il primo bagnetto, il primo cibo solido ecc. e probabilmente avrai anche le immagini del “primo giorno di scuola”. Ma certamente mancano le foto della routine di ogni giorno. Andare a scuola, tornare a casa, studiare. Poi vi sono le attività connesse, come i giochi scolastici e le gite. Queste attività le consideriamo così ordinarie che scordiamo di considerarle “tappe” ed aggiungerle all’album dei nostri figlioli.

La verità è che è difficile cogliere foto decenti delle attività scolastiche per più di una ragione. Se sei un genitore che lavora “full time”, certamente non hai molte opportunità per fotografare queste attività scolastiche. Un altro fattore sono le giuste restrizioni che vengono imposte dalla scuola stessa. Vi sono il rispetto della privacy e la tutela dei minori.  Naturalmente se hai intenzione di fotografare tuo figlio a scuola sarà bene valutare la policy scolastica relativa alle fotografie dei ragazzi e rispettarla. La scuola potrà richiedere una documentazione scritta da parte del genitore o semplicemente una richiesta verbale. La cosa importante è conoscere ed aderire alle regole dell’istituzione in cui ci si appresta a scattare delle foto.

Eventi speciali.

Ogni scuola ha, nel corso dell’anno, alcuni importanti eventi. Cerimonie in cui si premiano gli studenti migliori nelle varie discipline, scolastiche e sportive. Sono questi i momenti più facili da fotografare. Durante le riprese fotografiche di questi eventi, cerca di cogliere gli aspetti più inusuali ed originali. Ad esempio non riprendere solo il ragazzo durante il gioco o la recita, cerca di riprendere anche i momenti che precedono l’evento o che seguono il suo termine, quando il ragazzo raccoglie gli applausi per la sua esibizione. Va ricordata la difficoltà legata alle luci durante le riprese. Se stai fotografando un palcoscenico, dove luci molto intense illuminano gli attori, ma lo sfondo del palcoscenico è completamente buio, usa l’esposizione “spot”. Punta ed esponi il viso del ragazzo, così da esporlo bene. E non curarti dell’esposizione dl resto dell’ambiente. Quando però ti troverai a fotografare l’ambiente scarsamente illuminato (dove sia i ragazzi che il resto dello spazio sono poco luminosi) considera la possibilità  di alzare la sensibilità ( gli ISO). Le immagini risulteranno “rumorose” (a grana grossa si diceva i tempi dell’analogico), ma sarà sempre meglio dell’aver colto immagini mosse, cosa che capita se fotografi in condizioni di poca luce e tempi di esposizione molto bassi.

Gite.

Se non sei un genitore accompagnatore, durante le gite dei tuoi ragazzi, avrai sempre l’opportunità di fotografare i momenti che precedono e seguono la partenza dei ragazzi. Cogli gli istanti in cui si alza dal letto e mentre si prepara per la gita. Mettiamo che si stia preparando per una gita in montagna sulla neve: questo è il momento giusto per riprenderla/o con gli stivaloni o i moon booth e giacca a vento. Prova anche a fotografarlo assieme ai suoi compagni di gita. Mote scuole assegnano ad un genitore il compito di scattare le fotografie. Quel genitore certamente scatterà  alcune foto, durante l’evento, anche a tuo figlio/a. Chiedigli di scattare delle “belle foto”.

Altre opportunità.

Una grande opportunità, maestri e scuola permettendo, è quella di fotografare i ragazzi nella loro classe, appena la lezione è iniziata. Strappate solo pochi minuti al vostro lavoro, ma cogliere immagini superbe dei ragazzi tra mura scolastiche.

Volontariato.

Naturalmente se non sei quel tipo di genitore che può permettersi di dedicare quegli attimi alla scuola di tuo figlio. Avrai sempre la possibilità di proporti come volontario nei giorni di vacanza. Se ti invitano, porta con te la tua macchina fotografica, evitando naturalmente di dare sempre precedenza all’attività di fotografo: rischieresti di non essere più inviato. I ragazzi si abitueranno alla tua presenza permettendoti di scattare foto senza essere notato.

Compiti a casa.

Non dimenticare che la scuola torna a casa assieme a tuo figlio.  Li chiamiamo “compiti a casa”. Ma sono una parte consistente del tempo che i ragazzi dedicano allo studio, forse uguale o maggiore al tempo dedicato alle ore scolastiche comprensivo dei tempi necessari per raggiungere la scuola e poi la casa. Hi tutto il tempo e le opportunità per cogliere alcuni aspetti dei tuoi figli mentre si dedicano allo studio. In particolare nella stesura delle ricerche che vengono regolarmente eseguite a fine anno scolastico e che sono così impegnative sia per i ragazzi che per i genitori. Ricordati però di scattare secondo il punto di vista ( o la prospettiva ) dei ragazzi. Fotografa, ricordati, da sopra la spalla del ragazzo, le foto saranno più belle ed interessanti, con il ragazzo che ha di fronte il suo compito. Se percepisci frustazione da parte del ragazzo, cerca di catturarla, fallo però con tanta tanta sensibilità. Molti ragazzi (tutti?) non apprezzano d’essere soggetti fotografici mentre sono profondamente frustrati dalle difficoltà che il compito a  casa comporta. Scatta quindi una o due fotografie. Allontanati in fretta dal luogo dello studio. Magari con tuo figlio per consolarlo con qualcosa (un gioco o un dolce) per smorzarne la frustrazione.

Consigli sulla composizione delle immagini.

Innanzi tutto ricordati di scattare da differenti angoli di ripresa. I bambini in particolare è bene fotografarli alla loro altezza. Evitiamo le “foto dall’alto” che li rendono ancora più piccoli e tarchiati. Quindi inginocchiati e poniti alla oro altezza. Cogli le immagini dalla prospettiva dei ragazzi. Così potrai dare a chi osserverà le tue fotografie la sensazione di essere anche lui un ragazzo e comunque di osservare il mondo dal loro punto di vista. Le fotografie spontanee sono certamente le migliori per cogliere l’essenza dell’esperienza dei ragazzi a scuola. E’ bene restare un po’ di lato, qualche passo indietro,  usando un piccolo zoom per evitare di attirare su di se l’attenzione dei ragazzi. Noi sei all’aperto e la luce è scarsa, ma evita assolutamente di usare il flash. Alza piuttosto gli ISO. D’accordo raccoglierai un po’ di rumore, ma è una soluzione migliore che permette di evitare di disturbare i ragazzi e permette di cogliere espressioni e gesti molto spontanei. Inoltre le fotografie con il flash, sono difficili da realizzare. Se il flash e la macchina fotografica non sono perfettamente “settati” o meglio configurati, per quella distanza e condizione di luce, è difficile che lo scatto risulti apprezzabile. Inoltre in un ambiente grande come quello di una classe si rischi di sovraesporre i soggetti vicini e di sottoesporre quelli lontani, che spesso risultano in uno sfondo grigio o addirittura nera. Se poi l’ottica che utilizzi ha una buona apertura di diaframma…

 

 

 

 

 

 

glossario di fotografia

Glossario di Fotografia

Si dice che la fotografia sia un’arte. E lo è. Lo è per tutti noi fotografi. Ci concentriamo esclusivamente sull’immagine da ritrarre. Valutiamo le forme, la luce, quella che ciascuno di noi considera “bellezza”, le ombre e la composizione.

Ma la fotografia è anche tecnica, tanta tecnica. E come tutte le discipline tecniche vine descritta con parole, parole proprie di quel linguaggio spesso ridotte a sigle: ISO, ASA, HD, DSLR, ASP, PDC e via discorrendo.

Ritengo utile in questi post, riprendere i singoli termini che ricorrono spesso in quest’arte e darne una breve descrizione, ad uso, soprattutto di chi, giovane fotografo, si avvicina alla fotografia ed ai più “smart” che di fotografia se ne intendono ma ogni tanto hanno un dubbio (e guai se non lo avessero, che fotografi sarebbero allora?).

Glossario di fotografia incominciamo da qui: ISO, ASA

Nella fotografia analogica si usa quasi esclusivamente il termine ASA. Invece nella fotografia digitale è in uso il terme ISO.

Ad oggi ISO ed ASA hanno il medesimo significato. In origine erano due misure diverse. Misure di che cosa? Sono unità di misura della sensibilità di una pellicola, nel caso dell’analogico, e della sensibilità che la macchina fotografica assegna in un determinato momento al sensore di immagine.

ISO o meglio isos in greco è una parola che significa uguale. Per noi in fotografia è l’acronimo di International Organization of Standardization ( ISO). Wikipedia ci riferisce che “La sensibilità della pellicola è la misura della sensibilità di una pellicola fotografica alla luce …” (Velocità della pellicola). Ma in che modo può riferirsi alla velocità? Nella mia mente, interpreterei la sensibilità della pellicola la velocità con cui una data pellicola è in grado di assorbire la luce. Pertanto, le pellicole a velocità superiore (o più sensibili) come 800 o 1600, assorbono la luce più velocemente, e quelle a velocità più bassa (o meno sensibili) come 50, 100, 200 assorbono la luce ad una velocità inferiore. Bene la ISO ha semplicemente istituito un protocollo per il calcolo della velocità di assorbimento della luce per una data pellicola, ed , oggi, per un dato sensore digitale. Trattandosi di uno standard internazionale, quando si parla di “125 ISO” si intende una misura ben precisa della sensibilità di un sensore/pellicola, indipendentemente dal produttore e da qualsiasi altro parametro.

Ed ASA, cosa significa ASA?

Anche ASA è l’acronimo di un istituto di standardizzazione. Con precisione la American Standard Association. Essa ha appunto stabilito la norma per lo standard della sensibilità delle pellicole.

La scala ASA, che è lineare, si contrapponeva a quella tedesca che era logaritmica. La scala tedesca si chiamava DIN: Deutsches Institut für Normung. 

Un fotografo che apprezzo tanto, Ugo Borsatti, mi parlava appunto delle pellicole con scala DIN. Ma quando lui iniziò la sua carriera fotografica nel lontano 1940 (oggi Borsatti, che lavora ancora , ha 90 anni) veniva usata anche un’altra scala la SCHEINER. Sistema che risale ai primi sviluppi della fotografia e che prende il nome dall’astronomo di Postdam J. Scheiner, i quale individuò la soglia di annerimento delle lastre fotografiche per una  data esposizione.

Forse qualcuno dei miei lettori ha utilizzato pellicole fotografiche in scala DIN.

Ecco quanto riporta Wikipedia sul confronto tra le scale ISO/ASA e DIN.

 

scala lineare ISO
ASA
scala logaritmica ISO
DIN
esempio
con questa velocità nominale
3 Solo carte fotografiche
4
5
6
8 10º
10 11º Kodachrome
12 12º Ferraniacolor, Gevacolor R5 (8 mm)
16 13º vecchie Agfacolor (8 mm)
20 14º
25 15º vecchie Agfacolor, Kodachrome 25
32 16º
40 17º Kodachrome 40 (video)
50 18º Fuji RVP (Velvia), Ilford PAN F
64 19º Ektachrome 64
80 20º Ilford Commercial Ortho
100 21º Kodacolor Gold, Kodak T-Max (TMX)
125 22º Ilford FP4
160 23º Fuji NPS, Kodak Portra160
200 24º Fujicolor Superia 200, Kodachrome 200
250 25º
320 26º Kodak Tri-X Pan (TXP)
400 27º Kodak T-Max (TMY)
500 28º
640 29º Kodak Ektapress MultiSPEED PJM
800 30º Fuji NPZ, Kodak PORTRA 800
1000 31º Ilford Delta 3200 (vedi sotto), Agfachrome 1000 RS
1250 32º
1600 33º Fujicolor 1600
2000 34º
2500 35º
3200 36º Kodak T-Max (TMY)
4000 37º
5000 38º
6400 39º

 

 

 

farete

FARETE

Due antropologi, Desmond Morris e Simon Sinek, hanno a lungo studiato il comportamento umano e, legata ad esso, la necessità di comunicare. La comunicazione, per i primi gruppi di ominidi era legata alla sopravvivenza. Prima con gesti, poi con primitive forme gutturali, infine con la parola, l’uomo è stato in grado di organizzare la caccia in gruppo e le prime forme di produzione. In particolare Simon ci dice che anche le moderne aziende legano la loro sopravvivenza alla comunicazione.

Proprio per comunicare tra loro e con i loro clienti oltre trecento aziende dell’Emilia Romagna hanno aderito alla manifestazione della Confindustria Emilia  FARETE  che si terrà a Bologna presso i Padiglioni 15 e 18 di Bologna Fiere il prossimo 6 e 7 settembre 2017.

Compriamo motivazioni

Simon Sinek, antropologo di 41 anni, negli ultimi due libri pubblicati in Italia da Franco Angeli ( Partire dal perché – Ultimo viene il leader ) ci spiega che possiamo avere successo, che le aziende possono avere successo, solo affrontando la comunicazione in modo NON RAZIONALE. Il cervello umano infatti presenta nel sistema limbico, responsabile dei sentimenti come lealtà e fiducia, la sorgente dei nostri comportamenti ed del nostro processo decisionale.

I nostri clienti, dice Sinek, non comperano “oggetti”: comprano “motivazioni” come noi tutti, del resto.

Bene, se la Vostra è un’Azienda che parteciperà alla prossima edizione di FARETE, probabilmente avrete la necessità di usufruire dei servizi fotografici dello Studio di Roberto Salvatori. 

Nulla come un’immagine, un motivo musicale o un filmato, colpisce al centro la sfera emotiva del Vostro cliente. Contattateci per valutare un progetto, per registrare i vostri eventi, per diffondere la vostra presenza a FARETE al di la dei due giorni previsti dalla manifestazione fieristica.

Contattateci, saremo a vostra disposizione.

Biografia.

Partire dal perché. Come tutti i grandi leader sanno ispirare collaboratori e clienti
Simon Sinek  Editore: Franco Angeli  Collana: Azienda moderna . Anno edizione: 2014

 

La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo . Desmond Morris  Editore: Bompiani . Collana: Tascabili. SaggiAnno edizione: 2003

Condivide et impera: Convinci con il cervello, persuadi con il cuore e influenza per come sei di Rudy Bandiera Editore Mondadori

 

rumore

Rumore nelle fotocamere.

Chi, come me, ha una certa età ha usato fotocamere analogiche. La caratteristica principale delle fotocamere analogiche è quella di utilizzare come elemento sensibile alla luce una pellicola. C’erano, e ci sono, anche se poco usate ai giorni nostri, diversi formati di pellicola. C’era il formato 35 mm ed il formato 6×6 o meglio il medio formato o 120. Il formato 35 mm era il più utilizzato, perché piccolo e maneggevole. Sul formato 35 mm e la sua storia ho scritto un post a cui vi rimando.

La pellicola analogica, indipendentemente dal suo formato, è ottenuta spalmando uno strato di emulsione sensibile alla luce su un supporto di cellulosa. Trovate qui un ottima descrizione sia della storia che della realizzazione attuale delle pellicole fotografiche.

L’emulsione, che è sensibile alla luce, viene impressionata dall’immagine e se posta in un bagno di acido fa “precipitare” microscopici cristalli di alogenuro di argento. Di conseguenza, dove la luce ha sensibilizzato la pellicola, li si formano dei depositi di granuli più fitti. Essi rendono un’immagine invertita (negativa) della scena che ha sensibilizzato l’emulsione. Tanto più rapida è stata l’esposizione alla luce tanto più grandi saranno i granuli di alogenuro d’argento. Mentre se la pellicola è molto lenta ed ha necessità di una lunga esposizione alla luce, i granuli sono molto più sottili. Si parla in questo caso di GRANA.

La Grana.

Abbiamo capito cosa è la grana. Abbiamo anche compreso che se le pellicole vengono esposte alla luce per un periodo di tempo eccessivamente basso, la grana sarà più evidente. Difatti i granuli di sale precipitato saranno molto grossi. Viceversa, se l’esposizione alla luce è durata parecchio, la grana (i granuli) sarà molto più piccola quasi impercettibile ad occhio nudo.

Dispositivi digitali.

Nelle macchine fotografiche moderne, la componente sensibile alla luce è il “sensore”. Questo è una piastra composta da un elevato numero di celle ciascuna sensibile alla luce. Sappiamo che vi sono celle sensibili alla luce rossa, altre celle sono sensibili alla luce verse ed altre alla componente blu della luce.

Ogni cella, o pixel, è in realtà composto da un piccolo amplificatore elettronico. Questo viene alimentato da una leggera tensione su due poli, la base e l’emettitore, e ne presenta un terzo che raccoglie da un cristallo sensibile alla luce una differenza di potenziale tanto più elevata quanto più alta è l’intensità della luce incidente. Questo valore viene elaborato da un piccolo “cervello elettronico” contenuto nel sensore e registrato in 16 celle.

Ciascuna cella si troverà in uno stato di “on” o “off” in modo da rappresentare un’intensità luminosa che può variare da un valore decimale di “zero” (buio assoluto – nessuna incidenza luminosa – nessun segnale) a 255 che rappresenta la massima risposta alla massima intensità luminosa della incidente sul pixel.

 

 

 

Tre immagini. La prima a sinistra senza il rumore, la seconda con evidente rumore, e la terza riprende ingrandita una parte dell’immagine  “rumorosa”. L’effetto dei pixel illuminati in modo stocastico è ben visibile.

Rumore.

Chiaramente, per poter avere una risposta all’esposizione alla luce del sensore, è necessario alimentarlo con una certa quantità di corrente. E’ anche intuibile che, a parità di luce incidente, se l’alimentazione della cella sensibile è molto elevata, altrettanto elevata sarà la sua risposta in termini di corrente e tensione, cioè l’immagine fotografata sarà molto più chiara. Viceversa, se l’alimentazione della cella sensibile è molto bassa, allora essa verrà attivata solo da una fonte di luce molto intensa e, comunque, risulterà molto più buia.

E qui entra in gioco il fattore legato al rumore. Per avere un’alta sensibilità, cioè per avere un buona risposta delle celle sensibili alla luce, dobbiamo sovra alimentarla.

Chiunque abbia qualche piccola infarinatura di fisica, saprà che all’aumentare del flusso di corrente in un conduttore aumenta il calore da esso dissipato ( insomma una stufa elettrica… ne è l’esempio). Il nostro lettore saprà anche che all’aumentare della temperatura aumenta il movimento disordinato delle particelle elettriche all’interno dei conduttori. Senza scomodare la teoria dei quanti, si evince facilmente che ad alta temperatura gli elettroni si muovono in modo sempre più disordinato.

Insomma, il risultato della sovra alimentazione del sensore è un aumento di calore. Il calore, se supera una certa soglia, può generare errori nel comportamento della cella, che “impazzisce”.

E’ così che un pixel fornisce un valore molto elevato alla luce verde ad esempio. Anche se è stato attivato da una luminosità verde molto ridotta.

L’immagine finale, nel caso di esposizione ad elevatissima sensibilità (ISO molto alti) sarà piena di pixel “scorretti” che deteriorano in modo evidente, l’immagine finale rappresentata.

Naturalmente strumenti software come Photoshop, Lightroom o Capture One, hanno funzioni che permettono di limitare l’effetto fastidioso del RUMORE. Ma voi certamente capite che non sarà mai possibile ricostruire completamente la parte di immagine perduta a causa degli errori introdotti dal rumore.

Nei prossimi post parleremo anche dei metodi di riduzione del rumore che i software citati prevedono.

 

 

 

 

 

© Roberto Salvatori tutti i diritti riservati.

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La matematica della fotografia

La matematica della fotografia.

Le fotografie, quindi le immagini, sono il frutto di moltissimi numeri. Prima di tutto noi conosciamo i pixel: risoluzione uguale a una certa quota di pixel. Ma molti altri sono i numeri che entrano in gioco nella fotografia. Si parla di ISO, si parla di diaframmi e di lunghezze focali, poi di tempi e frazioni di essi. Ma c’è una numerazione di cui spesso non si comprende appieno il significato. Intendo quel numero che preceduto dal simbolo “#” identifica esattamente un colore.

Già sappiamo che i colori vengono rappresentati da una terna di numeri, ciascuno dei quali identifica la luminosità di un determinato colore primario. I colori rimari sono il ROSSO, il VERDE ed il BLU. Da qui l’acronimo che l’identifica in lingua inglese: RGB. Di conseguenza un colore viene rappresentato da una terna di numeri: R215, G12, B76. La luminosità di ciascun colore viene indicata con un numero decimale che varia da 0 a 255. Zero vuol dire completa assenza di luce per quel colore. 255 significa invece la massima luminosità registrabile per quel colore.

Di conseguenza il bianco viene rappresentato dalla stringa alfanumerica R255, G255, B255. Mentre il nero viene rappresentato dalla stringa R0, G0,B0. Dove “0” è zero e non o.

Rappresentazione binaria dei colori.

Però esiste anche un altro modo per rappresentare i colori. Tutte le persone che hanno a che fare con la grafica ed in particolare con la fotografia li hanno usati. Si tratta del metodo binario. Semplicemente i valori di luminosità dei colori primari vengono affiancati gli uni agli altri e preceduti dal segno “#”. Di conseguenza il colore prima rappresentato nella stringa decimale R215, G12, B76 diviene: #11010111 00001100 1001100. Questa però è la sequenza che conosce il computer. E’ la rappresentazione di quel preciso colore così come viene scritta in RAW nella memory delle vostra reflex. Noi umani abbiamo bisogno di una semplificazione per ricordare un numero così grande. Per cui è stata universalmente adottata la rappresentazione ESADECIMALE del medesimo numero binario.

Passare dalla rappresentazione Esadecimale a quella Binaria e viceversa è molto semplice. Sempre per convenzione si è scelto di rappresentare il valore della luminosità mediante 8 bit. Per questo il valore massimo assoluto della luminosità di un colore primario è in decimale 255. Questo è il valore di 2 elevato all’ottava potenza. Cioè 2x2x2…. otto volte. Vene quindi dedicato un  Byte ad ogni colore. Il nostro colore allora diviene #d70c4c. E’ semplicissimo passare dalla rappresentazione esadecimale a quella binaria.

Prima di tutto diamo un’occhiata i numeri esadecimali: essi hanno simboli che vanno dal decimale 0 al decimale 15 (in totale rappresento 16 numeri. Quindi sarà per convenzione si sono presi i seguenti simboli in parte identici a quelli decimali (fino al numero 9): 0,1,2,3,4,5,6,7,8,9,A,B,C,D,E,F  Intuite immediatamente che il simbolo “A” prende il valore deciamale di “dieci” e via così fino a “quindici” che viene rappresentato dai due caratteri FF che in binario sono 1111 1111.

Allora come si vuole dimostrare il nostro colore rappresentato in decimale dalla stringa: R215, G12, B76, che in binario diviene 11010111 00001100 1001100 (ho messo il carattere “spazio” solo per separare i tre bytes) e in rappresentazione esadecimale : d70c4c. Per convenzione (cioè per aiutare noi umani) si pone il simbolo “#” all’inizio delle stringa esadecimale.

Ora potete inserire in qualsiasi programma di grafica, stampate, monitor, macchina fotografica la sequenza esadecimale d70c4c che otterrete sempre il medesimo colore!

E’ chiaro, vero, che il numero binario 1100 equivale all’esadecimale D7? Difatti 1101 è uguale a 1×2 (potenza 0) (valore 1)+ 0 x 2 alla 1 (che è uno) (valore zero)+ 1×2 alla 2 ( che è 4) + 1×2 alla 3 (che è 8) che vale appunto ad 8. Quindi 1+0+4+8 = 13. Numero che abbiamo detto, per convenzione in decimale, essere rappresentato dal carattere “D”.  Di contro 1111 è uguale ad F. F rappresenta appunto un gruppo di quattro bit tutti ad 1.

la matematica della fotografia
la matematica della fotografia

Nella figura riportata sopra (lo screenshot di photoshop) si vede chiaramente in alto a destra il plugin di OSX COLOR PICKER PRO che punta al colore grigio della coda della rondine che rappresenta il mio logo. Chiaramente è un colore grigio, difatti i valori rosso, verde e blu sono identici. Essendo poi molto levati (229 decimale) sono molto vicini al bianco puro.  Color Picker riporta sia il valore decimale che quello esadecimale per il medesimo colore.

 

 

 

© Roberto Salvatori PH tutti i diritti riservati.

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fotografare le fedi

Come fotografare le fedi.

Il fotografo professionista oggi deve trovare nuove soluzioni per coinvolgere il propri clienti. Come fotografo di matrimonio, da sempre, propongo la fotografia degli anelli.

Non sempre gli sposi sono in grado di avere con qualche giorno di anticipo sul matrimonio le loro fedi. Di conseguenza per dare loro un ricordo è necessario fotografarle durante il rinfresco. Molte spose però sono combattute tra il desiderio di avere una bella foto degli anelli e la necessità  di sfilarli dal dito: non lo vorrebbero proprio fare. Naturalmente, per me, il fotografo, è molto più comodo fotografare “in laboratorio”.

Oggi ho dedicato qualche ora allo scotto degli anelli di una coppia che si sposerà  il prossimo 15 luglio 2017. Le fedi le hanno da parecchio tempo: sono un regalo del natale scorso del futuro sposo. Magnifico pensiero.

Foto in “laboratorio”.

Dico in laboratorio perchè ho modificato per l’occasione la struttura della sala di posa per ritratti. Difatti ho ripreso lo sfondo bianco e l’ho adagiato su uno sgabello abbastanza alto. Alto così da mettere il soggetto proprio di fronte all’obbiettivo.

Spesso, appoggio gli anelli su una pietra dura e lucida così da creare un riflesso delle fedi. In questo caso ho provato prima con l’onice silicea, che ho poi scartato perchè troppo scuro, poi con onice alabastrite di colore chiaro.

Gli anelli scelti dagli sposi sono in oro banco, di conseguenza l’onice chiara li fa risplendere meglio.

Per l’illuminazione ho scelto i flash da studio. Due soft box, private della naturale griglia nera che uso nei ritratti ed un beauty dish. Le soft box le ho posizionate ai lati destro e sinistro dello sgabello. Di fronte la camera e in alto il beauty dish.

Ho posizionato gli anelli in modo che il nome degli sposi (scritto all’interno) potesse essere leggibile.  L’anello grande dello sposo adagiato sull’onice a destra. L’anello piccolo della sposa sovrapposto per un terzo a quello dello sposo. Ambedue hanno le scritte rivolte all’obiettivo, in modo che possano essere leggibili.

Settaggi della macchina fotografica.

Ho usato la Nikon D800-e su cavalletto. Un obiettivo Nikon 200/70 f2.8 e un tubo di prolunga per la gestione del macro. Il tubo di prolunga che ho usato ha un perfetto attacco Nikon, di conseguenza si adatta perfettamente all’obiettivo ed alla macchina garantendo tutte le funzionalità  elettroniche. Ho fatto alcune prove, inizialmente con un tubo da 20mm, poi con quello da 36mm. Il 36mm si è dimostrato il migliore, anche se ha generato una evidente vignettatura. Nella foto finale ho lasciato la vignettatura perchè non mi dispiaceva come effetto generale della foto.

Ho posto la macchina a circa 40 cm dagli anelli. Ho scelto una vocale molto chiusa per avere la massima profondità  di campo: f22. Il tempo, in modalità  manuale ad 1/250 sincronizzato con i flash. Perciò ho dovuto alzare gli Iso a 400, per avere una esposizione corretta.

Postproduzione.

Utilizzo di solito il software Capture One, in collegamento diretto con la macchina fotografica. Vedo così immediatamente la resa della foto. Capture One, mi permette anche di eseguire le regolazioni del caso (diaframma ed Iso) direttamente della workstation. Le foto scattate sono venute così bene che non  è stata necessaria alcuna modifica  in post produzione.

O meglio, ad essere sinceri, un ritocco è stato fatto. Il sensore della mia D800 ha un po’ di polvere sul lato alto a destra. Quindi una passatina in Photoshop è stata necessaria per cancellare le piccolissime macchiette di polvere. Non sono state eseguite altre regolazioni e modifiche. Usando un diaframma molto piccolo: il più piccolo per l’obiettivo usato (F22) ho forzatamente creato una notevole profondità  di campo, che ha reso evidenti anche le piccole particelle di polvere depositate sul sensore. Queste sono praticamente invisibili con diaframmi 4 o 5,6.

Riporto di seguito le due foto consegnate agli sposi. La prima con gli anelli sovrapposti e la scritta dei nomi degli sposi leggibile. La seconda con gli anelli sistemati nuovamente nella loro custodia.

Precauzioni e suggerimenti.

Da anni lavoro in still life. Di conseguenza ho imparato tutta tan serie di accorgimenti per evitare situazioni difficili da gestire in seguito, anche con la post elaborazione. Prima di tutto quando lavoro in “laboratorio” sto molto attento alla polvere. Di conseguenza, la prima cosa che faccio è spegnere completamente l’aria condizionata o il riscaldamento, per evitare la circolazione dell’aria che trasporta la polvere.  Inoltre lavo con l’alcool o altro solvente le pietre dure su cui poi appoggio gli anelli. In precedenza ho anche pulito bene lo sfondo bianco per evitare soprattutto la polvere che esso trattiene. Poi posizionata la macchina fotografica, mi metto un paio di guanti: quelli da “chirurgo” per intendersi. Con i guanti prendo gli anelli, li pulisco e li deposito sull’onice per le riprese.

Ultimo accorgimento, anche se scatto con tempi molto rapidi (un duecentocinquantesimo di sec.) utilizzo un cavo di prolunga per lo scatto. In questo modo sono sicuro che non muoverò nulla e che potrò stare abbastanza discosto dal soggetto fotografato. Di conseguenza eventuali riflessi dovuti alla mia presenza o ai miei abiti vengono completamente evitati.

 

© Roberto Salvatori, tutti i diritti riservati.

E’ fatto divieto alla copia anche parziale dei contenuti di questo documento senza l’autorizzazione dell’autore.

Per maggiori informazioni sulla fotografia di matrimonio vi prego di visitare il sito: http://www.robertosalvatori.com/W3

Foto di matrimoni

ESSERE FOTOGRAFO DI MATRIMONIO RICHIEDE MOLTE RISORSE.

 

Risorse di tempo, soprattutto. Esistono due categorie di fotografi di matrimonio. Escludiamo comunque quelli improvvisati. C’è il fotografo che gestisce tutto a 360 gradi. Ed io appartengo a questa categoria. Poi ci sono i fotografi ingaggiati da grandi organizzazioni. Queste sono agenzie fotografiche, hanno molti dipendenti, soluzioni bloccate e meritano un discorso a parte.

Un’impresa impegnativa.

Il fotografo tuttofare, sta lavorando da tempo per il matrimonio di cui ha appena ricevuto l’ingaggio. Ha gestito il suo sito internet ed i vari social, strumenti indispensabili, oggi, per avvicinarsi ai clienti. Ha poi dovuto gestire i “leads”. I “leads” sono le opportunità di lavoro che si presentano. Non sono ordini, sono solo richieste di offerta. Una buona statistica ci dice che su 10 leads uno diventa ordine. Il lettore si immagina la mole di lavoro necessaria per ottenere un ordine.

E’ questa in assoluto l’impresa più impegnativa.

La cerimonia.

Finalmente giunge il giorno della cerimonia. Prima però molte altre cose, che impegnano la risorsa tempo, sono successe. Il giorno in cui hai avuto l’ingaggio certamente dai dedicato da una a due ore ai futuri sposi. Prima ancora sei stato contattato telefonicamente o via mail ed hai fornito informazioni. Hai prodotto una proposta che certamente non è un copia incolla identico per tutti i clienti. Ciascuna coppia è diversa. Tu ti sei differenziato dagli altri perché ascolti. Quindi, hai dedicato risorse e tempo per “customizzare” una proposta coerente con le richieste ed i “needs” della coppia.  Insomma hai già dedicato parecchio tempo a questi sposi.

Non scordiamo che il giorno prima della cerimonia, alcune ore sono state dedicate alla preparazione del materiale fotografico. Pulire le macchine e gli obiettivi. Preparare le borse e caricare tutte le batterie. Fare un inventario, non frettoloso, di tutto il materiale da portare. Flash, telecamere eventuali stativi e riflettori. Tutto.

Il giorno del matrimonio,

tu ed un’altra risorsa dedicherete l’intera giornata a queste persone ed ai loro invitati. Ho detto tu ed un’altra risorsa. L’ho detto perché ritengo sia da incoscienti dedicare un solo fotografo all’intera cerimonia. Io lavoro sempre ed esclusivamente in coppia. Significa avere attrezzatura doppia. Se qualcosa si guasta c’è sempre l’altro. Inoltre una cerimonia è piena di eventi.  Sono accadimenti improvvisi e veloci. Diciamo spesso, noi fotografi, che la “sposa si precipita correndo verso l’altare”. E’ un attimo che il solerte amico si frapponga tra la nostra macchina fotografica e gli sposi. Io ho tante fotografie di telefonini con dietro sembianze di sposi. E’ un attimo, che modificando i settari della macchina per meglio riprendere lo scambio degli anelli,  si è perso il momento magico. Siamo umani e può succedere. Comunque c’è il nostro partner che per fortuna ha registrato tutto.

Dalla cerimonia, o meglio dai festeggiamenti, tornate a casa stanchi e spesso a notte fonda. Non avete lavorato solo otto ore, ma molte molte di più. Forse c’era un tavolo per lo staff, e qualcosa avete mangiato, ma non sempre capita, salvo che non lo chiediate espressamente in fase contrattuale.

foto matrimoni

La post produzione.

Ed eccoci al dopo. Prima cosa da fare è scaricare tutte le foto, trecento o tremila che siano. Poi vanno eseguiti i back up e messe tutte le foto in sicurezza. Ricordiamoci che il 60 o 70 per cento degli scatti è avvenuto in modalità “reportage”. Non si è badato troppo alle regolazioni, ai settaggi, ed alle inquadrature. Il fotografo le cura sempre, le inquadrature. Lo so. Ma il fotografo non controlla, gli ospiti e una zia o un amico che viene a trovarsi sempre di lato alla sposa, magari tagliato a metà, c’è sempre. Allora, bisogna “croppare”, o meglio ritagliare la foto. Tante sono le regolazioni da eseguire: bilanciare il bianco, valutare e migliorare la luminosità ed il contrasto. Esaltare, se necessaria, la gamma dinamica. E poi, non ultimo per importanza, eseguire una giusta selezione delle fotografie. Dovete scegliere tra quella della sposa con gli occhi chiusi, ma in un contesto eccezionale e quella dello sposo ad occhi chiusi in un contesto anch’esso eccezionale. Direte: la sposa, voi. Beh qualche immagine bisogna pure concederla allo sposo!

Poi condividere.

Terminato il lavoro di post produzione, in un modo o nell’altro va condiviso con gli sposi. Non potete dare loro decine di gigabyte di foto su una chiavetta. Non le vedranno mai. E’ necessaria una attenta analisi delle foto a vostro dire migliori. E consegnare agli sposi il gruppo di foto provino. Vi sono molti metodi e molte opzioni. Ne parleremo in un prossimo post.

Poi Stampare.

Infine dedicherete parecchio tempo alla stampa delle fotografie. Ci sarà un’ulteriore selezione: un book non può contenere più di 80, 100 immagini. La preparazione dell’album, l’eventuale correzione delle pagine ed infine la stampa.

Per concludere, anche se non percepito dal cliente, il tempo dedicato ad un singolo matrimonio è tantissimo.

 

Copyright Roberto Salvatori.

E’ vietata la riproduzione anche parziale senza l’autorizzazione dell’autore.

Lo stile in fotografia -2

Perchè diciamo che una certa immagine è bella o meno?  Perchè un’immagine per noi è “arte” mentre l’altra no? Perchè ci piacciono di più le cose semplici, i forti contrasti, le linee decise, il bianco-nero?

I fotografi sanno bene come funziona una macchina fotografia, ma un po’ meno come funzionano i nostri sensi. L’occhio è appunto la macchina fotografica del nostro organismo. Mi limito a descrivere solo le funzioni neuro-fisiologiche necessarie a capire meglio il funzionamento della vista.  L’iride  equivale al diaframma della macchina fotografica: si stringe e si allarga per regolare il passaggio della luce. Altrettanto chiara è la funzione del cristallino che corrisponde alle lenti di un obbiettivo, la cui regolazione permette la messa a fuoco dell’immagine in funzione della distanza osservatore/soggetto. La retina la  possiamo paragonare alla pellicola o al sensore digitale di una moderna fotocamera. Ciò che manca assolutamente all’occhio umano, che invece esiste nella macchina fotografica, è lo zoom. Noi, sembra banale, ma non possiamo zoommare l’immagine: la focale dell’occhio umano è fissa.

Riprendiamo il discorso dalla retina. Organo sensibile alla luce. La retina è composta da cellule sensibili alla luce che si dividono in due categorie: i “coni” ed i “bastoncelli”. I coni sono preposti alla trasformazione dei segnali luminosi di frequenze diverse in segnali che vengono recepiti dal nervo ottico. I coni sono quasi 6 milioni. Come dire una risoluzione ottica di 6 megapixel. Poco, potremmo dire. I bastoncelli invece sono molti di più. Sono ricettori estremamente sensibili deputati esclusivamente alla ricezione della luminosità e sono fondamentali per garantirci la visione in condizioni di scarsa luminosità. Lo avrete notato più di una volta che al buio, o quasi, spesso percepiamo gli oggetti ma non il loro colore. Insomma al buio vediamo in bianco e nero. I bastoncelli come dicevo sono tanti sono 124 milioni.

Esattamente di fronte al cristallino si trova un’area chiamata “macula” che riceve l’informazione visiva più importante, quella verso cui volgiamo lo sguardo. Nel centro della macula si trova un avvallamento (1,5 mm) chiamato Fovea. I coni sono tutti concentrati nella macula. I bastoncelli invece  sono disposti nella macula e via via con maggiore densità verso la periferia delle retina. In particolare nella fovea i bastoncelli sono completamente assenti e li si trova la più alta concentrazione di coni, ma solo quelli sensibili al rosso ed al verde o almeno ai picchi di frequenza che corrispondono a questi colori.

A differenza del sensore di una macchina fotografica che ha celle sensibili ciascuna ad un preciso colore ( Rosso, Green-verde e Blu) i coni sono sensibili ad un campo più ampio  di frequenze che in anatomia chiamano S, M ed L da onde corte, medie e lunghe. In particolare i picchi, cioè la sensibilità più elevata ad una certa frequenza, corrispondono per le onde corte (BLU) a 420 nanometri, per le frequenze medie (VERDE) a 534 nm e per le onde lunghe (ROSSO) a 564 nm.

Tutti questi segnali vengono raccolti dal nervo ottico e portati al cervello che li elabora. Una spiegazione comprensibile di questo funzionamento ci è stata data dalla neuro-biologa Margaret Livingstone che ha molto lavorato e ricercato sui due filoni arte e scienza. Margaret ci spiega come il processo visuale sia gestito nel nostro cervello da due aree distinte: una preposta alla gestione del colore e l’altra alla gestione della luminosità. La prima la chiamò What System e la seconda Where System.  Il sistema Where essenzialmente elabora le informazioni dei bastoncelli, che come detto sono molto più numerosi dei coni ed occupano quasi tutta la retina e determinano la percezione spaziale , la profondità ed il movimento. Margaret ci dice che la parte del cervello che analizza le caratteristiche basilari di una scena è letteralmente “cieca” al colore. Mentre il sistema What gestisce il colore ed è preposto al riconoscimento degli oggetti e delle facce. Margaret ha analizzato molti quadri di pittori per capire come avviene la percezione delle forme, dei contorni e dei colori. In particolare afferma che Da Vinci, Michelangelo, Ingres, Matisse  ed altri artisti, hanno usato la luminosità ed il contrasto per esaltare la loro arte: I COLORI SONO SOLO SIMBOLI.

Difatti Picasso disse: “Reality is to be found in lightness alone”, la realtà la si ritrova esclusivamente nella luminosità.

Ed ecco spiegato quello che per me era un mistero, come mai piacciono le fotografie in bianco e nero? Nel sistema digitale ormai definito come  standard si usano 8 bit per rappresentare una tonalità di colore o di luminostà. Nel sistema binario con 8 bit si possono rappresentare 256 diverse situazioni. Quindi il risultato di una immagine digitale viene rappresentata da 256 toni di Rosso, 256 toni di Verde, 256 toni di Blu ed infine da 256 toni li luce (dal buio – nero alla piena luminosità – bianco). Mi sono sempre chiesto come mai un’immagine in bianco e nero che contiene solo 256 possibili informazioni (per punto si intende) piaccia a tutti di più della medesima immagine rappresentata a colori e che contiene un’infinità di informazioni: 256 rossi x 256 verdi x 256 blu danno qualcosa di più di 16 milioni (16.777.216). Dal punto di vista neuro-biologico non è una contraddizione: l’immagine in bianco e nero la osserviamo con TUTTA la retina, quindi la percepiamo anche di sfuggita con la “coda dell’occhio”, mentre l’immagine a colori la dobbiamo “guardare”,dobbiamo  metterla a fuoco col cristallino e proiettarla sulla parte centrale della retina  la dove risiedono i coni. E’ uno sforzo maggiore che evidentemente il nostro cervello penalizza dando una sensazione di piacere soprattutto all’immagine più semplice in bianco e nero.

Lo stile in fotografia

Bene per il momento non vi tedio più con la con la neuro-fisiologia.

Per chi volesse approfondire: Vision and Art: The Biology of Seeing di Margaret Livingstone. e HARVARD MAGAZINE su internet che riporta spesso scritti e commenti sul lavoro della biologa.

A proposito Margaret ci dice che Rembrandt era affetto da “perdita di stereopsi” cioè vedeva il mondo piatto, come faremmo noi con un occhio solo. Potrebbe essere terreno per il prossimo post.

Roberto Salvatori

 

Lo stile in fotografia

 

 

 

Lo stile in fotografia

Lo stile in fotografia.

 

 

lo stile in fotografia

 

Non ho intenzione di parlare di macchine fotografiche, di pellicola o digitale, di software e obiettivi. Vorrei solo parlare della visione di un oggetto e delle diverse forme che ciascuno di noi può scegliere per rappresentarlo.

Oggi tutti, anche  i bambini hanno gli strumenti per registrare immagini. Ma chi lo fa per mestiere o per piacere, ricercando situazioni ed immagini particolari, vuole lascare la sua impronta, qualcosa che parli di sé, che lo distingua appunto dalle migliaia di altri possessori di macchine fotografiche o smartphone, ho volutamente omettere il termine fotografi. E’ qui che nasce la ricerca di uno stile.

Ma che cosa è lo stile? E’ un modo riconoscibile e personalizzato di fare le cose. In fotografia è il risultato di scelte relative a composizione, lunghezza focale, momento dello scatto, durata dello scatto e, non ultima, illuminazione. Naturalmente rispetto ad altre arti figurative la fotografia mette dei limiti alla possibilità di applicare un nostro stile ad una specifica immagine. La fotografia attinge alla vita reale. Spesso il margine di manovra è molto stretto perché la natura del soggetto non consente di trattarlo come si vorrebbe. Si pensi alla fotografia di animai o di bambini, che sono  in continuo ed imprevedibile movimento. Spesso la scelta del tipo di fotografia è delimitata dallo stesso fotografo che sceglie o evita particolati tipi di soggetto.

Lo stile può essere intenzionale o innato che ci porta verso effetti che preferiamo (ad esempio colori tenui o, all’opposto,  contrasti di colore molto evidenti). Stile intenzionale e consapevole è quello della scuola di Dusseldorf o lo stile Low graphic della Neotopografia  e della New Color Photography. Qualcuno scrive dicendo che il tipo di stile in fotografia è decisamente elevato, forse 10- 12 stili diversi.

Comunque partendo dalla composizione classica si diramano le varie tendenze contemporanee. Queste vanno verso uno stile estremo, uno stile volutamente sobrio e distaccato, o uno stile caotico o che  sembra tale, ma è il risultato di un’attenta costruzione dell’immagine.

In pittura il classicismo tende verso la semplicità, la simmetria, la normalità e la riduzione delle tensioni.  Al contrario l’espressionismo accentua l’irregolare, l’asimmetrico, l’insolito , il complesso ed il contrasto. In fotografia non si usa il termine “espressionismo” ma il concetto è il medesimo. Partendo dal classicismo lo stile può evolversi da un lato verso una riduzione e maggiore semplicità, dall’altro verso l’asimmetria ed il disordine programmato, il tutto in mille sfumature.

Il classicismo, in fotografia, ha attinto a centinaia di anni di studi ed elaborazioni pittoriche. Ha una tradizione ormai centenaria (più che decennale)  e si basa su scelte convenzionali riguardanti il punto di ripresa, l’inquadratura, l’equilibrio, l’articolazione dell’immagine. E’ legato all’idea dell’armonia, correttezza, equilibrio ed ordine.  Queste sono tutte nozioni ampiamente accettate e tradizionali. L’ampio consenso generale ha decretato il successo di questo stile legato al funzionamento della percezione, ovvero ai circuiti geneticamente prestabiliti del nostro sistema visivo.

Nel prossimo post parleremo della neurobiologia della visione.

 

Roberto Salvatori

 

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