July 2017

glossario di fotografia

Glossario di Fotografia

Si dice che la fotografia sia un’arte. E lo è. Lo è per tutti noi fotografi. Ci concentriamo esclusivamente sull’immagine da ritrarre. Valutiamo le forme, la luce, quella che ciascuno di noi considera “bellezza”, le ombre e la composizione.

Ma la fotografia è anche tecnica, tanta tecnica. E come tutte le discipline tecniche vine descritta con parole, parole proprie di quel linguaggio spesso ridotte a sigle: ISO, ASA, HD, DSLR, ASP, PDC e via discorrendo.

Ritengo utile in questi post, riprendere i singoli termini che ricorrono spesso in quest’arte e darne una breve descrizione, ad uso, soprattutto di chi, giovane fotografo, si avvicina alla fotografia ed ai più “smart” che di fotografia se ne intendono ma ogni tanto hanno un dubbio (e guai se non lo avessero, che fotografi sarebbero allora?).

Glossario di fotografia incominciamo da qui: ISO, ASA

Nella fotografia analogica si usa quasi esclusivamente il termine ASA. Invece nella fotografia digitale è in uso il terme ISO.

Ad oggi ISO ed ASA hanno il medesimo significato. In origine erano due misure diverse. Misure di che cosa? Sono unità di misura della sensibilità di una pellicola, nel caso dell’analogico, e della sensibilità che la macchina fotografica assegna in un determinato momento al sensore di immagine.

ISO o meglio isos in greco è una parola che significa uguale. Per noi in fotografia è l’acronimo di International Organization of Standardization ( ISO). Wikipedia ci riferisce che “La sensibilità della pellicola è la misura della sensibilità di una pellicola fotografica alla luce …” (Velocità della pellicola). Ma in che modo può riferirsi alla velocità? Nella mia mente, interpreterei la sensibilità della pellicola la velocità con cui una data pellicola è in grado di assorbire la luce. Pertanto, le pellicole a velocità superiore (o più sensibili) come 800 o 1600, assorbono la luce più velocemente, e quelle a velocità più bassa (o meno sensibili) come 50, 100, 200 assorbono la luce ad una velocità inferiore. Bene la ISO ha semplicemente istituito un protocollo per il calcolo della velocità di assorbimento della luce per una data pellicola, ed , oggi, per un dato sensore digitale. Trattandosi di uno standard internazionale, quando si parla di “125 ISO” si intende una misura ben precisa della sensibilità di un sensore/pellicola, indipendentemente dal produttore e da qualsiasi altro parametro.

Ed ASA, cosa significa ASA?

Anche ASA è l’acronimo di un istituto di standardizzazione. Con precisione la American Standard Association. Essa ha appunto stabilito la norma per lo standard della sensibilità delle pellicole.

La scala ASA, che è lineare, si contrapponeva a quella tedesca che era logaritmica. La scala tedesca si chiamava DIN: Deutsches Institut für Normung. 

Un fotografo che apprezzo tanto, Ugo Borsatti, mi parlava appunto delle pellicole con scala DIN. Ma quando lui iniziò la sua carriera fotografica nel lontano 1940 (oggi Borsatti, che lavora ancora , ha 90 anni) veniva usata anche un’altra scala la SCHEINER. Sistema che risale ai primi sviluppi della fotografia e che prende il nome dall’astronomo di Postdam J. Scheiner, i quale individuò la soglia di annerimento delle lastre fotografiche per una  data esposizione.

Forse qualcuno dei miei lettori ha utilizzato pellicole fotografiche in scala DIN.

Ecco quanto riporta Wikipedia sul confronto tra le scale ISO/ASA e DIN.

 

scala lineare ISO
ASA
scala logaritmica ISO
DIN
esempio
con questa velocità nominale
3 Solo carte fotografiche
4
5
6
8 10º
10 11º Kodachrome
12 12º Ferraniacolor, Gevacolor R5 (8 mm)
16 13º vecchie Agfacolor (8 mm)
20 14º
25 15º vecchie Agfacolor, Kodachrome 25
32 16º
40 17º Kodachrome 40 (video)
50 18º Fuji RVP (Velvia), Ilford PAN F
64 19º Ektachrome 64
80 20º Ilford Commercial Ortho
100 21º Kodacolor Gold, Kodak T-Max (TMX)
125 22º Ilford FP4
160 23º Fuji NPS, Kodak Portra160
200 24º Fujicolor Superia 200, Kodachrome 200
250 25º
320 26º Kodak Tri-X Pan (TXP)
400 27º Kodak T-Max (TMY)
500 28º
640 29º Kodak Ektapress MultiSPEED PJM
800 30º Fuji NPZ, Kodak PORTRA 800
1000 31º Ilford Delta 3200 (vedi sotto), Agfachrome 1000 RS
1250 32º
1600 33º Fujicolor 1600
2000 34º
2500 35º
3200 36º Kodak T-Max (TMY)
4000 37º
5000 38º
6400 39º

 

 

 

farete

FARETE

Due antropologi, Desmond Morris e Simon Sinek, hanno a lungo studiato il comportamento umano e, legata ad esso, la necessità di comunicare. La comunicazione, per i primi gruppi di ominidi era legata alla sopravvivenza. Prima con gesti, poi con primitive forme gutturali, infine con la parola, l’uomo è stato in grado di organizzare la caccia in gruppo e le prime forme di produzione. In particolare Simon ci dice che anche le moderne aziende legano la loro sopravvivenza alla comunicazione.

Proprio per comunicare tra loro e con i loro clienti oltre trecento aziende dell’Emilia Romagna hanno aderito alla manifestazione della Confindustria Emilia  FARETE  che si terrà a Bologna presso i Padiglioni 15 e 18 di Bologna Fiere il prossimo 6 e 7 settembre 2017.

Compriamo motivazioni

Simon Sinek, antropologo di 41 anni, negli ultimi due libri pubblicati in Italia da Franco Angeli ( Partire dal perché – Ultimo viene il leader ) ci spiega che possiamo avere successo, che le aziende possono avere successo, solo affrontando la comunicazione in modo NON RAZIONALE. Il cervello umano infatti presenta nel sistema limbico, responsabile dei sentimenti come lealtà e fiducia, la sorgente dei nostri comportamenti ed del nostro processo decisionale.

I nostri clienti, dice Sinek, non comperano “oggetti”: comprano “motivazioni” come noi tutti, del resto.

Bene, se la Vostra è un’Azienda che parteciperà alla prossima edizione di FARETE, probabilmente avrete la necessità di usufruire dei servizi fotografici dello Studio di Roberto Salvatori. 

Nulla come un’immagine, un motivo musicale o un filmato, colpisce al centro la sfera emotiva del Vostro cliente. Contattateci per valutare un progetto, per registrare i vostri eventi, per diffondere la vostra presenza a FARETE al di la dei due giorni previsti dalla manifestazione fieristica.

Contattateci, saremo a vostra disposizione.

Biografia.

Partire dal perché. Come tutti i grandi leader sanno ispirare collaboratori e clienti
Simon Sinek  Editore: Franco Angeli  Collana: Azienda moderna . Anno edizione: 2014

 

La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo . Desmond Morris  Editore: Bompiani . Collana: Tascabili. SaggiAnno edizione: 2003

Condivide et impera: Convinci con il cervello, persuadi con il cuore e influenza per come sei di Rudy Bandiera Editore Mondadori

 

la più bella del mondo

La luce più bella del mondo.

C’è un momento della giornata, nelle belle belle giornate, in cui il sole si avvicina al tramonto. In quel momento la luce diviene calda, dorata. I raggi sono quasi paralleli al terreno. Le ombre si allungano. I contorni delle immagini si fanno più marcati e contrastati.

E’ quello il momento migliore per fotografare alla luce naturale. “La luce dorata”,  la chiamano molti fotografi. A me piace soprattutto perché nel ritratto illumina i contorni del viso. I capelli (e le barbe se sono folte) raccolgono i raggi solari e li rimandano all’obbiettivo chiarissimi, con contorni nitidi e ben definiti.

La luminosità dei contorni, ottenuta con la luce solare del tramonto, non è assolutamente paragonabile a quella di un set per quanto ben organizzato e ricco di luci. Neppure utilizzando le gelatine si riesce a ricreare la medesima luminosità.

Immersi nel tramonto  è bene fotografare in contro luce,  per raccogliere in pieno la bellezza delle immagini.  Ed ecco alcuni consigli.

Posizionare il soggetto contro luce. Puntare la macchina fotografica in modo che l’obbiettivo sia coperto dall’ombra del soggetto. Questi risulterà in perfetta siluette contro lo sfondo. Se il sole è ancora alto, allora abbassatevi, toccate anche il terreno pur di coprire le luci indiscrete che possono penetrare nell’immagine. Fotografate con esposizione manuale, dopo avere esposto la macchina fotografica puntando direttamente sul soggetto. Tenete se possibile un tempo elevato ed una buona profondità di campo. Direi almeno 11 diaframma.

Esposizione in modalità “apertura”.

Se ritenete che le regolazioni manuali siano troppe, allora fotografate con la priorità di diaframma. Tutte le case produttrici usano il simbolo “A” per aperture. In questa modalità di esposizione, però, la macchina fotografica esporrà per una media di tutta l’immagine, tenendo conto anche delle parti più chiare. Il cielo, con i raggi diretti del sole, se ben esposta rende assolutamente buia l’immagine. In questo caso o vi accontentate di una perfetta siluette, oppure per esporre regolate la macchina su una sovra esposizione.

Per sovraesporre l’immagine le macchine fotografiche hanno un comodo tasto vicino al bottone di scatto (lo si individua grazie all’icona formata da un quadratino tagliato in diagonale, una parte nera con il carattere “+” ed una parte bianca con il carattere “-“) oppure in altri modelli la stessa regolazione si raggiunge mediante il “menu”.  Questa regolazione permette di sovraesporre ( o sottoesporre se serve) l’esposizione originale. La sovraesposizione avviene per gradini di alcune frazioni di “EV”.

Cosa è un “EV”? Significa “Esposition Value”. Corrisponde ad una serie di coppie di tempo/diaframma. E’ calcolato in modo che quando la luce varia di un EV, basta spostarsi di un tempo od un diaframma. Naturalmente a sensibilità ISO costante. Normalmente, le macchine fotografiche vengono “settate” in modo da permettere variazioni successive di 1/3 di EV.

Nel controluce, per far emergere nell’immagine le figure anche se sono in controluce, quando si espone in modalità “apertura” è bene sovraesporre di 1 o almeno 0,7 EV. La macchina fotografica ci avviserà delle sovraesposizione con l’indicazione “+0,7 EV”.

 

la più bella delmondo

Fill Flash.

Se avete a disposizione un buon flash potete scegliere anche questo modo di esporre. Si tratta semplicemente di esporre correttamente per la luce dello sfondo e scattare illuminando il soggetto con il flash. Il risultato sarà di una perfetta illuminazione del soggetto mentre lo sfondo, che è lontanissimo, non vien alterato  dalla luce del flash. Il consigli naturalmente è quello di lavorare in modalità manuale, per avere la massima liberà di esporre lo sfondo. Le funzionalità automatiche del flash, che regolano la quantità di luce emessa in funzione dell’apertura di diaframma, possono alterare l’esposizione complessiva.

Se poi, dopo tantissime prove vi ritrovare quasi al buio, perché il tempo del tramonto è passato, potete ancora continuare a fotografare un un piccolo trucco. Le macchine fotografiche hanno spesso ( le buone reflex di sicuro) la possibilità di utilizzare “la seconda tendina”. In pratica impostando lo scatto del  flash sulla seconda tendina il comportamento della macchina fotografica sarà il seguente:

scatto

si apre la prima tendina e scatta il flash in contemporanea

si apre la seconda tendina e resta aperta sino al completamento dell’esposizione dello sfondo.

Si chiudono le tendine e la foto è fatta.

I questo modo si ottengono sia lo sfondo che il soggetto perfettamente esposti.

Questo metodo, dell’esposizione con la seconda tendina, è ideale nelle riprese notturne, permettendo di unire il soggetto ben illuminato ad uno sfondo buio, che altrimenti esposto sarebbe completamente nero.

 

 

 

© Roberto Salvatori tutti i diritti riservati

E’ possibile la riproduzione di tutto o parte del documento solo con l’autorizzazione dell’autore.

 

rumore

Rumore nelle fotocamere.

Chi, come me, ha una certa età ha usato fotocamere analogiche. La caratteristica principale delle fotocamere analogiche è quella di utilizzare come elemento sensibile alla luce una pellicola. C’erano, e ci sono, anche se poco usate ai giorni nostri, diversi formati di pellicola. C’era il formato 35 mm ed il formato 6×6 o meglio il medio formato o 120. Il formato 35 mm era il più utilizzato, perché piccolo e maneggevole. Sul formato 35 mm e la sua storia ho scritto un post a cui vi rimando.

La pellicola analogica, indipendentemente dal suo formato, è ottenuta spalmando uno strato di emulsione sensibile alla luce su un supporto di cellulosa. Trovate qui un ottima descrizione sia della storia che della realizzazione attuale delle pellicole fotografiche.

L’emulsione, che è sensibile alla luce, viene impressionata dall’immagine e se posta in un bagno di acido fa “precipitare” microscopici cristalli di alogenuro di argento. Di conseguenza, dove la luce ha sensibilizzato la pellicola, li si formano dei depositi di granuli più fitti. Essi rendono un’immagine invertita (negativa) della scena che ha sensibilizzato l’emulsione. Tanto più rapida è stata l’esposizione alla luce tanto più grandi saranno i granuli di alogenuro d’argento. Mentre se la pellicola è molto lenta ed ha necessità di una lunga esposizione alla luce, i granuli sono molto più sottili. Si parla in questo caso di GRANA.

La Grana.

Abbiamo capito cosa è la grana. Abbiamo anche compreso che se le pellicole vengono esposte alla luce per un periodo di tempo eccessivamente basso, la grana sarà più evidente. Difatti i granuli di sale precipitato saranno molto grossi. Viceversa, se l’esposizione alla luce è durata parecchio, la grana (i granuli) sarà molto più piccola quasi impercettibile ad occhio nudo.

Dispositivi digitali.

Nelle macchine fotografiche moderne, la componente sensibile alla luce è il “sensore”. Questo è una piastra composta da un elevato numero di celle ciascuna sensibile alla luce. Sappiamo che vi sono celle sensibili alla luce rossa, altre celle sono sensibili alla luce verse ed altre alla componente blu della luce.

Ogni cella, o pixel, è in realtà composto da un piccolo amplificatore elettronico. Questo viene alimentato da una leggera tensione su due poli, la base e l’emettitore, e ne presenta un terzo che raccoglie da un cristallo sensibile alla luce una differenza di potenziale tanto più elevata quanto più alta è l’intensità della luce incidente. Questo valore viene elaborato da un piccolo “cervello elettronico” contenuto nel sensore e registrato in 16 celle.

Ciascuna cella si troverà in uno stato di “on” o “off” in modo da rappresentare un’intensità luminosa che può variare da un valore decimale di “zero” (buio assoluto – nessuna incidenza luminosa – nessun segnale) a 255 che rappresenta la massima risposta alla massima intensità luminosa della incidente sul pixel.

 

 

 

Tre immagini. La prima a sinistra senza il rumore, la seconda con evidente rumore, e la terza riprende ingrandita una parte dell’immagine  “rumorosa”. L’effetto dei pixel illuminati in modo stocastico è ben visibile.

Rumore.

Chiaramente, per poter avere una risposta all’esposizione alla luce del sensore, è necessario alimentarlo con una certa quantità di corrente. E’ anche intuibile che, a parità di luce incidente, se l’alimentazione della cella sensibile è molto elevata, altrettanto elevata sarà la sua risposta in termini di corrente e tensione, cioè l’immagine fotografata sarà molto più chiara. Viceversa, se l’alimentazione della cella sensibile è molto bassa, allora essa verrà attivata solo da una fonte di luce molto intensa e, comunque, risulterà molto più buia.

E qui entra in gioco il fattore legato al rumore. Per avere un’alta sensibilità, cioè per avere un buona risposta delle celle sensibili alla luce, dobbiamo sovra alimentarla.

Chiunque abbia qualche piccola infarinatura di fisica, saprà che all’aumentare del flusso di corrente in un conduttore aumenta il calore da esso dissipato ( insomma una stufa elettrica… ne è l’esempio). Il nostro lettore saprà anche che all’aumentare della temperatura aumenta il movimento disordinato delle particelle elettriche all’interno dei conduttori. Senza scomodare la teoria dei quanti, si evince facilmente che ad alta temperatura gli elettroni si muovono in modo sempre più disordinato.

Insomma, il risultato della sovra alimentazione del sensore è un aumento di calore. Il calore, se supera una certa soglia, può generare errori nel comportamento della cella, che “impazzisce”.

E’ così che un pixel fornisce un valore molto elevato alla luce verde ad esempio. Anche se è stato attivato da una luminosità verde molto ridotta.

L’immagine finale, nel caso di esposizione ad elevatissima sensibilità (ISO molto alti) sarà piena di pixel “scorretti” che deteriorano in modo evidente, l’immagine finale rappresentata.

Naturalmente strumenti software come Photoshop, Lightroom o Capture One, hanno funzioni che permettono di limitare l’effetto fastidioso del RUMORE. Ma voi certamente capite che non sarà mai possibile ricostruire completamente la parte di immagine perduta a causa degli errori introdotti dal rumore.

Nei prossimi post parleremo anche dei metodi di riduzione del rumore che i software citati prevedono.

 

 

 

 

 

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