February 2017

Jobs Robots Revolution

Jobs Robots Revolution corso di fotografia luce laterale

 

Ricevo questo articolo e decido subito di tradurlo in italiano,  soprattutto perchè in Italia di queste cose se ne parla pochissimo o per nulla, mentre negli Stati Uniti si sente una certa preoccupazione. Interessante un commento a questo articolo, che, nella sua edizione originale, cita una frase di Thomas Jefferson:  “We will be soldiers, so our sons may be farmers, so their sons may be artists“.  Jefferson, naturalmente, non si riferiva alla rivoluzione robotica, ma la frase rende bene il concetto.

I ricercatori dell’Università di Oxford stimano che un 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti verranno automatizzati nelle prossime due decadi. Ma che tipo di lavoro prenderanno i robots?

Prima di tutto dobbiamo definire, almeno per questo articolo, il termine “robots”: intendiamo parlare di tecnologie basate su algoritmi in grado di apprendere, algoritmi che sono ospiti di specifici computer dedicati a particolari attività attualmente eseguite da esseri umani.  Tenendo a mente questa definizione, pensiamo a cosa fare quando il lavoro nei servizi sarà tutto affidato ai robots.  L’articolista dice ironicamente di avere una soluzione per il lettore, affinchè possa essere l’ultimo a perdere il lavoro a causa di un robot, ma ce lo racconterà alla fine dell’articolo.

1 – Middle Management

Se la tua funzione lavorativa principale è di riportare un numero in una casellina Excel, metterla poi in un’altra cella e scrivere una relazione di come ciò avvenga, i robots stanno bussando alla tua porta. Tutte le attività dove la tua conoscenza  “speciale ed unica” è quella di valutare le relazioni casuali tra i numeri delle celle di una matrice Excel saranno le prime ad essere sostituite. Sei avvisato.

2 – Venditori di commodity (vendita di pubblicità, suppellettili, ecc.)

Salvo che tu non venda sogni o magie o gestisca negoziati usando benefits, scontistiche  o altro che non abbia nulla a che vedere con specifiche, prezzi e disponibilità, incomincia a pensare alla tua prossima attività lavorativa. L’uso delle macchine taglierà così tanto i costi di qualsiasi processo di vendita (richiesta di preventivo, offerta e quotazione, ordine, realizzazione e spedizione) che sarà indispensabile per un direttore generale dover acquisire nuove macchine. Attenzione: se ti trovi in questa situazione sei vicino al precipizio.

3 – Scrittori, Giornalisti, Autori ed Annunciatori.

Scrivere è difficile. Ma non lo è scrivere report. Le macchine possono essere molto tenaci nel leggere informazioni, confrontarle con immagini o video, o analizzare qualsiasi tipo di materiale e creare un rapporto facilmente leggibile o annunciabile. La pronuncia di un testo da parte di una macchina si sta evolvendo così rapidamente che è realistico aspettarsi molto presto la sostituzione degli annunciatori, senza citare i commentatori di sport o attività finanziarie. A proposito,  state pianificando la scrittura di un vostro romanzo? Scrivetelo presto, perchè le macchine potrebbero fare anche quello.

4 – Contabilità

L’elaborazione dati (Data Processing) probabilmente ha creato più posti di lavoro di quanti ne abbia sostituito, ma le macchine che apprendono (machine learning), applicate a queste attività, saranno così precise e migliori della controparte umana che qualsiasi impresa vorrà adottarle. La contabilità robotica è nella sua prima infanzia, ma è cosa semplice l’applicazione ai sistemi basati su costi e ricavi, inventari, controllo, verifiche e molte altre attività ragionieristiche che gli umani ora stanno facendo. In questo settore ci si aspetta molto presto uno scossone.

5 – Medici

Questo è uno dei pochi aspetti positivi dell’invasione dei robots. Attualmente, difatti, nel mondo vi sono 7,3 miliardi di abitanti. Ci si aspetta di raggiungere gli 8,5 miliardi nel 2030, 9,7  miliardi nel 2050 ed undici miliardi nel 2100. Sono dati dell’United Nations Department Of Economic and Social Affairs. In pratica se tutti quelli che desiderano  divenire medici lo diventeranno, in un mondo così popoloso, mancherebbero ancora i medici.

La notizia buona è appunto che i robots divengano medici, diagnostici e chirurghi. Negli US secondo quanto riportato dal  Memorial Sloan Kettering Cancer Center, il sistema Watson dell’IBM sta facendo “squadra” con gli operatori sanitari in una dozzina di ospedali, offrendo consigli sui migliori trattamenti per specifici tipi di cancro, così come per la diagnosi preventiva di questa malattia. Robots ultra precisi vengono già utilizzati per le operazioni di  protesi al ginocchio e per la correzione della vista. Questa tendenza continua con incredibile velocità. Lo scrittore non si pronuncia  di come sarà il robot che verrà a fianco del vostro letto. Ma se l’algoritmo verrà programmato per essere “caloroso e gentile” il robot sarà “caloroso e gentile”.

Pochi posti di lavoro si salveranno.

Durante l’amministrazione Obama, è stato pubblicato un rapporto presidenziale (il rapporto non è più disponibile sul sito whitehouse.gov ma l’originale si trova a questo link) che include una previsione angosciante: “Esiste la probabilità che l’83% dei lavoratori che guadagnano 20$ l’ora o meno possano essere sostituiti da robots entro i prossimi 5 anni,  mentre per quelli che guadagnano 40$ l’ora la probabilità è  del 31%” . Chiaramente i robots stanno arrivando.

Che cosa fare.

Nel suo What Will You Do After White-Collar Work, l’autore propone: “Innanzi tutto il progresso tecnologico non è ne buono ne cattivo, semplicemente c’è. Non deve essere preoccupante e non ci deve portare al lamento ‘quanto erano belli i vecchi tempi…’. Non aiuterebbe nessuno. L’aspetto positivo è che noi sappiamo cosa sta accadendo. Tutto quello che dobbiamo fare è adattarci alla nuova situazione”.

Adattarsi a questo cambiamento significa comprendere come si evolverà la relazione uomo-macchina. E’ difficile, ma non impossibile. Già conosciamo come le macchine in grado di apprendere stanno iniziando ad automatizzare alcune, se non molte attività “low-level cognitive”, cioè a basso livello cognitivo.

Il nostro obiettivo è quello di sfruttare le nostre capacità cognitive ad alto livello per anticipare quelle parti del nostro lavoro che verranno completamente automatizzate. Capire così quali parti del nostro lavoro sono troppo difficili da automatizzare per  assecondare la collaborazione (partnership) uomo-macchina. E’ questo l’approccio più pratico.

Con questa strategia possiamo lavorare adattando le nostre competenze. Eravamo utilizzatori di strumenti, saremo partner di strumenti (in originale tool-partners).

Divenire sofisticati partner e gestori del rapporto uomo-macchina non salverà tutti i posti di lavoro, ma è chiaramente il cammino per prolungare la nostra carriera, mentre cerchiamo di comprendere come il lavoro evolve ed in quale direzione il nostro intelletto potrà dare un contributo di valore.

 

Chi è Shelly Palmer.

Shelly Palmer è il CEO del Palmer Group, struttura consulenziale per le soluzioni tecnologiche e  lo sviluppo del business, oggi focalizzata al collegamento tra media e marketing con un’enfasi speciale sulle nuove soluzioni basate sul machine-learning e sui sistemi decisionali. Palmer è esperto digitale della Fox 5 di New York, scrive una colonna settimanale su AdAge ed è commentatore alla CNBC e alla CNN. Potete seguirlo su @shellypalmer o visitando shellypalmer.com.

L’originale in lingua inglese di questo articolo si può trovare cliccando qui.

 

Perchè un fotografo si interessa ai robots.

Giorni fa lessi questo articolo sulla mia rubrica LINKEDIN. Certo non “ci azzecca nulla” la fotografia con la robotica, perchè l’aspetto intellettuale, di ricerca e di interpretazione sarà sempre svincolato dall’automazione. Ogni scatto è unico ed ha valore per questo. Ma la mia storia è legata all’informatica ed al lavoro decennale presso le multinazionali, dove il dovere principale di un manager è alzarsi la mattina ed “interpretare il cambiamento”.

Naturalmente anche la fotografia sta evolvendo ed il cambiamento non solo incide sulla professione, ma anche sulle attività dei nostri clienti o potenziali clienti. La rivoluzione digitale ha reso “semplice” l’uso della fotografia, non solo con l’evoluzione di macchine fotografiche sempre più evolute, ma anche con quell’oggetto “personale” che è diventato il telefono cellulare. Oggi tutti in qualsiasi circostanza scattano fotografie, alcune bellissime, e le possono pubblicare rendendole disponibili sui social in pochissimi secondi. Su tablet e smartphone è possibile aggiungere ritocchi per migliorare e rendere “uniche” le immagini, milioni di immagini con cui quelle dei fotografi (a pagamento) devono competere. Parecchi professionisti  stanno oggi passando dallo scatto della foto alla stampa, dedicandosi quasi esclusivamente a questa attività. Praticamente “Scatta pure tu, caro cliente, le tue foto… e lascia che sia io ad aiutarti a riportale su carta, quadri, libri o pannelli”.

Quella della stampa è certamente una tattica che permetterà di sopravvivere ad alcuni negozi. Non è però, stando a quanto dice Shelly Palmer, la giusta strategia. Tutta l’attività relativa alla gestione delle stampe rientra nel punto 2) di questo rapporto: è tutto completamente e semplicemente automatizzabile e, data la grande velocità con cui le stampe oggi ci vengono consegnate, direi che questo processo è già molto avanzato.

Noi fotografi dobbiamo interrogarci giornalmente su quale sarà la nostra professione del futuro, come evolverà, come si differenzierà dalle attività di “puro scatto” di amatori o persone qualsiasi. Ma questo è un altro discorso e lo tratteremo a parte.

Grazie per la Vostra attenzione… se siete arrivati a leggere anche queste poche righe finali.

Roberto Salvatori

© Tutti i diritti riservati

 

 

Lo stile in fotografia -2

Perchè diciamo che una certa immagine è bella o meno?  Perchè un’immagine per noi è “arte” mentre l’altra no? Perchè ci piacciono di più le cose semplici, i forti contrasti, le linee decise, il bianco-nero?

I fotografi sanno bene come funziona una macchina fotografia, ma un po’ meno come funzionano i nostri sensi. L’occhio è appunto la macchina fotografica del nostro organismo. Mi limito a descrivere solo le funzioni neuro-fisiologiche necessarie a capire meglio il funzionamento della vista.  L’iride  equivale al diaframma della macchina fotografica: si stringe e si allarga per regolare il passaggio della luce. Altrettanto chiara è la funzione del cristallino che corrisponde alle lenti di un obbiettivo, la cui regolazione permette la messa a fuoco dell’immagine in funzione della distanza osservatore/soggetto. La retina la  possiamo paragonare alla pellicola o al sensore digitale di una moderna fotocamera. Ciò che manca assolutamente all’occhio umano, che invece esiste nella macchina fotografica, è lo zoom. Noi, sembra banale, ma non possiamo zoommare l’immagine: la focale dell’occhio umano è fissa.

Riprendiamo il discorso dalla retina. Organo sensibile alla luce. La retina è composta da cellule sensibili alla luce che si dividono in due categorie: i “coni” ed i “bastoncelli”. I coni sono preposti alla trasformazione dei segnali luminosi di frequenze diverse in segnali che vengono recepiti dal nervo ottico. I coni sono quasi 6 milioni. Come dire una risoluzione ottica di 6 megapixel. Poco, potremmo dire. I bastoncelli invece sono molti di più. Sono ricettori estremamente sensibili deputati esclusivamente alla ricezione della luminosità e sono fondamentali per garantirci la visione in condizioni di scarsa luminosità. Lo avrete notato più di una volta che al buio, o quasi, spesso percepiamo gli oggetti ma non il loro colore. Insomma al buio vediamo in bianco e nero. I bastoncelli come dicevo sono tanti sono 124 milioni.

Esattamente di fronte al cristallino si trova un’area chiamata “macula” che riceve l’informazione visiva più importante, quella verso cui volgiamo lo sguardo. Nel centro della macula si trova un avvallamento (1,5 mm) chiamato Fovea. I coni sono tutti concentrati nella macula. I bastoncelli invece  sono disposti nella macula e via via con maggiore densità verso la periferia delle retina. In particolare nella fovea i bastoncelli sono completamente assenti e li si trova la più alta concentrazione di coni, ma solo quelli sensibili al rosso ed al verde o almeno ai picchi di frequenza che corrispondono a questi colori.

A differenza del sensore di una macchina fotografica che ha celle sensibili ciascuna ad un preciso colore ( Rosso, Green-verde e Blu) i coni sono sensibili ad un campo più ampio  di frequenze che in anatomia chiamano S, M ed L da onde corte, medie e lunghe. In particolare i picchi, cioè la sensibilità più elevata ad una certa frequenza, corrispondono per le onde corte (BLU) a 420 nanometri, per le frequenze medie (VERDE) a 534 nm e per le onde lunghe (ROSSO) a 564 nm.

Tutti questi segnali vengono raccolti dal nervo ottico e portati al cervello che li elabora. Una spiegazione comprensibile di questo funzionamento ci è stata data dalla neuro-biologa Margaret Livingstone che ha molto lavorato e ricercato sui due filoni arte e scienza. Margaret ci spiega come il processo visuale sia gestito nel nostro cervello da due aree distinte: una preposta alla gestione del colore e l’altra alla gestione della luminosità. La prima la chiamò What System e la seconda Where System.  Il sistema Where essenzialmente elabora le informazioni dei bastoncelli, che come detto sono molto più numerosi dei coni ed occupano quasi tutta la retina e determinano la percezione spaziale , la profondità ed il movimento. Margaret ci dice che la parte del cervello che analizza le caratteristiche basilari di una scena è letteralmente “cieca” al colore. Mentre il sistema What gestisce il colore ed è preposto al riconoscimento degli oggetti e delle facce. Margaret ha analizzato molti quadri di pittori per capire come avviene la percezione delle forme, dei contorni e dei colori. In particolare afferma che Da Vinci, Michelangelo, Ingres, Matisse  ed altri artisti, hanno usato la luminosità ed il contrasto per esaltare la loro arte: I COLORI SONO SOLO SIMBOLI.

Difatti Picasso disse: “Reality is to be found in lightness alone”, la realtà la si ritrova esclusivamente nella luminosità.

Ed ecco spiegato quello che per me era un mistero, come mai piacciono le fotografie in bianco e nero? Nel sistema digitale ormai definito come  standard si usano 8 bit per rappresentare una tonalità di colore o di luminostà. Nel sistema binario con 8 bit si possono rappresentare 256 diverse situazioni. Quindi il risultato di una immagine digitale viene rappresentata da 256 toni di Rosso, 256 toni di Verde, 256 toni di Blu ed infine da 256 toni li luce (dal buio – nero alla piena luminosità – bianco). Mi sono sempre chiesto come mai un’immagine in bianco e nero che contiene solo 256 possibili informazioni (per punto si intende) piaccia a tutti di più della medesima immagine rappresentata a colori e che contiene un’infinità di informazioni: 256 rossi x 256 verdi x 256 blu danno qualcosa di più di 16 milioni (16.777.216). Dal punto di vista neuro-biologico non è una contraddizione: l’immagine in bianco e nero la osserviamo con TUTTA la retina, quindi la percepiamo anche di sfuggita con la “coda dell’occhio”, mentre l’immagine a colori la dobbiamo “guardare”,dobbiamo  metterla a fuoco col cristallino e proiettarla sulla parte centrale della retina  la dove risiedono i coni. E’ uno sforzo maggiore che evidentemente il nostro cervello penalizza dando una sensazione di piacere soprattutto all’immagine più semplice in bianco e nero.

Lo stile in fotografia

Bene per il momento non vi tedio più con la con la neuro-fisiologia.

Per chi volesse approfondire: Vision and Art: The Biology of Seeing di Margaret Livingstone. e HARVARD MAGAZINE su internet che riporta spesso scritti e commenti sul lavoro della biologa.

A proposito Margaret ci dice che Rembrandt era affetto da “perdita di stereopsi” cioè vedeva il mondo piatto, come faremmo noi con un occhio solo. Potrebbe essere terreno per il prossimo post.

Roberto Salvatori

 

Lo stile in fotografia

 

 

 

35 millimetri

35 millimetri

I nostalgici della fotografia analogica ben sanno che le pellicole delle macchine fotografiche dette 35 mm hanno  un preciso rapporto tra larghezza e altezza della pellicola, pari a 36 mm di larghezza per 24 mm di altezza. Oggi con l’avvento del digitale i formati dei sensori (quindi della fotografia) sono diversi: 4:3 ad esempio, o 16:9, quest’ultimo divenuto ormai uno standard dei formati televisivi. I rapporto 3:2 (pari a 36×24 mm) è oggi lo standard per le fotocamere reflex tipo Full Frame. Le cineprese professionali anche quelle definite super 35 mm hanno il sensore della dimensione ( ma varia leggermente da marca marca) di 24.6 x 13.8 come ad esempio le cineprese Canon C100, C300, C500.

35 millimetri

La foto è un’immagine e come tale deve essere contenuta nel suo supporto. I pittori potevano adattare il supporto alla scena che rappresentavano (anche se una preferenza di base era sempre il rapporto 4:3 o quello più armonico della sezione aurea 4:2,47 da cui il rapporto precedente deriva per semplicità.  Il fotografo è stato invece costretto da subito a adattare l’immagine al suo supporto. Già nel 1888 Kennedy Laurie Dickson dipendente dei laboratori Edison ebbe l’idea della macchina da ripresa cinematografica, brevettata da Edison l’anno successivo come Kinetoscopio, un sistema che permetteva, tramite una pellicola di 35 mm con 4 fori per lato, di trascinate la pellicola e permettere la visone in movimento ad un osservatore che guardava attraverso un oculare. I fratelli Lumiere usarono il medesimo supporto da 35 mm per realizzare la loro macchina cinematografica. Il 35 mm divenne così uno standard della cinematografia. La pellicola alta 35 mm esatti permetteva di contenere le perforazioni a lato, necessarie al trascinamento, per cui risultava una larghezza utile all’immagine di 24 mm con un’altezza di 18 mm mantenendo un rapporto di 4:3.

35 millimetri35 millimetri

In fotografia inizialmente si utilizzavano le lastre fotografiche ( lastre di vetro su cui veniva spalmata l’emulsione fotosensibile). Daguerre usava lastre da 180 mm x 240 mm. Da questa emersero formati più piccoli e maneggevoli come il 120×180, 90×120, 60×90 ed infine 24×36.  Appunto la dimensione poi scelta per la cinematografia.  Un dipendente della Leitz, Oskar Barnack, nel 1912 volle adottare la pellicola per realizzare una macchina fotografica all’epoca innovativa, che permettesse di scattare più fotografie. Usò quindi la pellicola da 35mm ma messa in orizzontale. Nacque così il formato 24mm in altezza, che con i fori occupava appunto i 35 mmm della pellicola, e  36mm in larghezza per mantenere un rapporto vicino a quello aureo 3:2 (pari a 1,5 verso 1,618).  Oggi standard di fatto del 35mm.

Biografia:

Michael Freeman: La mente del fotografo.

Su internet: Oskar Barnack

Kennedy Laurie Dickson

Botticelli

 

 

Lo stile in fotografia

Lo stile in fotografia.

 

 

lo stile in fotografia

 

Non ho intenzione di parlare di macchine fotografiche, di pellicola o digitale, di software e obiettivi. Vorrei solo parlare della visione di un oggetto e delle diverse forme che ciascuno di noi può scegliere per rappresentarlo.

Oggi tutti, anche  i bambini hanno gli strumenti per registrare immagini. Ma chi lo fa per mestiere o per piacere, ricercando situazioni ed immagini particolari, vuole lascare la sua impronta, qualcosa che parli di sé, che lo distingua appunto dalle migliaia di altri possessori di macchine fotografiche o smartphone, ho volutamente omettere il termine fotografi. E’ qui che nasce la ricerca di uno stile.

Ma che cosa è lo stile? E’ un modo riconoscibile e personalizzato di fare le cose. In fotografia è il risultato di scelte relative a composizione, lunghezza focale, momento dello scatto, durata dello scatto e, non ultima, illuminazione. Naturalmente rispetto ad altre arti figurative la fotografia mette dei limiti alla possibilità di applicare un nostro stile ad una specifica immagine. La fotografia attinge alla vita reale. Spesso il margine di manovra è molto stretto perché la natura del soggetto non consente di trattarlo come si vorrebbe. Si pensi alla fotografia di animai o di bambini, che sono  in continuo ed imprevedibile movimento. Spesso la scelta del tipo di fotografia è delimitata dallo stesso fotografo che sceglie o evita particolati tipi di soggetto.

Lo stile può essere intenzionale o innato che ci porta verso effetti che preferiamo (ad esempio colori tenui o, all’opposto,  contrasti di colore molto evidenti). Stile intenzionale e consapevole è quello della scuola di Dusseldorf o lo stile Low graphic della Neotopografia  e della New Color Photography. Qualcuno scrive dicendo che il tipo di stile in fotografia è decisamente elevato, forse 10- 12 stili diversi.

Comunque partendo dalla composizione classica si diramano le varie tendenze contemporanee. Queste vanno verso uno stile estremo, uno stile volutamente sobrio e distaccato, o uno stile caotico o che  sembra tale, ma è il risultato di un’attenta costruzione dell’immagine.

In pittura il classicismo tende verso la semplicità, la simmetria, la normalità e la riduzione delle tensioni.  Al contrario l’espressionismo accentua l’irregolare, l’asimmetrico, l’insolito , il complesso ed il contrasto. In fotografia non si usa il termine “espressionismo” ma il concetto è il medesimo. Partendo dal classicismo lo stile può evolversi da un lato verso una riduzione e maggiore semplicità, dall’altro verso l’asimmetria ed il disordine programmato, il tutto in mille sfumature.

Il classicismo, in fotografia, ha attinto a centinaia di anni di studi ed elaborazioni pittoriche. Ha una tradizione ormai centenaria (più che decennale)  e si basa su scelte convenzionali riguardanti il punto di ripresa, l’inquadratura, l’equilibrio, l’articolazione dell’immagine. E’ legato all’idea dell’armonia, correttezza, equilibrio ed ordine.  Queste sono tutte nozioni ampiamente accettate e tradizionali. L’ampio consenso generale ha decretato il successo di questo stile legato al funzionamento della percezione, ovvero ai circuiti geneticamente prestabiliti del nostro sistema visivo.

Nel prossimo post parleremo della neurobiologia della visione.

 

Roberto Salvatori

 

Corso di fotografia – Luce Laterale

Cos’è

 

La luce Laterale è composta da una semplice luce continua o flash posta lateralmente al soggetto, può essere ovviamente posizionata a destra o sinistra e vi restituirà un’ombra molto pesante sulla parte opposta del soggetto illuminato, sfinando in questo modo il viso. Il viso è diviso a metà sulla linea del naso. Per ottenere delle immagini forti e contrastate basterà avvicinare l’illuminazione al soggetto, per avere dei dettagli più morbidi basterà invece allontanare un po’ la lampada/flash e interporre un softbox tra di essi,  per avere dei dettagli e ombre ancora più morbide, si potrà aggiungere sul lato opposto all’illuminatore un pannello bianco (anche di polistirolo) che ammorbidirà le ombre.

E’ usata sia per volti maschili che femminili.

 

Come si ottiene

 

schemi-di-luce-luec-lateraleLa luce principale è posta a 90° rispetto all’asse del naso del soggetto quindi lateralmente, e all’altezza della linea degli occhi.
La fotocamera deve stare in posizione frontale rispetto al soggetto.

Esempi

 

 

corso di fotografia luce lateralecorso di fotografia luce lateralecorso di fotografia luce laterale

Corso di fotografia – Loop Lighting

Cos’è

 

Lo stile Loop Lighting, prende il nome dalla forma di anello dell’ombra che si forma sotto il naso del soggetto, è lo stile utilizzato più di frequente perché è considerato uno stile adatto ad illuminare la maggior parte del volto e da un senso di profondità

 

Ci sono due tipi di Loop

Loop Chiuso e Loop Aperto.

 

Loop Chiuso

 

Prende il nome dall’ombra che parte dal naso e percorre il bordo della guancia sino alla tempia, questa ombra si sviluppa in forma semicircolare a disegnare un ricciolo, per appunto loop in inglese.
L’ombra che a partire dal naso segue il bordo della guancia non dovrebbe uscire dall’estensione della bocca e non dovrebbe toccare il labbro superiore.
E’ adatto ai ritratti maschili e femminili sia in frontale che in tre quarti.

Loop Aperto

Prende il nome dall’ombra che percorre il bordo della guancia sino alla tempia, questa ombra sisviluppa in forma semicircolare a disegnare un ricciolo, per appunto loop in inglese.
Al contrario delloopchiuso l’ombra formata dal naso non si collega a quella del bordo della guancia.
L’ombra segue il bordo della guancia e la linea del nasoe l’ombra della punta del naso nondovrebbe uscire dall’estensione della bocca e non dovrebbe toccare il labbro superiore.
E’ adatto ai ritratti maschili ma sopratutto ai ritratti femminili.

 

Come si ottiene

 

 

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Loop Chiuso

 

l’effetto loop chiuso si ottiene con la luce principale inclinata verticalmente tra i 20 e i 45 gradi e orizzontalmente a meno di 45 gradi rispetto all’asse del naso del soggetto. La posizione corretta si ottiene spostando leggermente la luce sia orizzontalmente che verticalmente rispetto alle posizioni di base fino ad ottenere l’effetto voluto.

 

Loop Aperto

 

l’effetto loop aperto si ottiene con la luce principale inclinata verticalmente tra i 20 e i 45 gradi e orizzontalmente a meno di 40 gradi rispetto all’asse del naso del soggetto. La posizione corretta si ottiene spostando leggermente la luce sia orizzontalmente che verticalmente rispetto alle posizioni di base fino ad ottenere l’effetto voluto.

Esempi

 

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Corso di fotografia – Luce Piena

Cos’è

 

La luce piena è la più utilizzata in pubblicità o per foto di beauty. Questo tipo di illuminazione è utilizzata per illuminare il volto del soggetto nella sua totalità, eliminando ombre e difetti.

La luce piena è tranquillizzante, non interpreta in maniera dura ed inquietante il ritratto.

 

Come si ottiene

 

schemi-di-luce-luce-piena-beauty

 

Per comporre il set sono necessarie due lampade poste circa a 45°davanti al soggetto.

Possono essere utilizzati strumenti come softbox, ombrelli o pannelli per rendere la luce più diffusa e morbida sul volto.

La telecamera va tenuta in mezzo tra le due luci.

Esempi

 

corso di fotografia luce piena-basecorso di fotografia luce piena-base

Corso di fotografia – Luce Diffusa/Broad

Cos’è

 

Come impostazione di base è simile alla luce piena, ma con la differenza che la luce principale non è puntiforme ma è ammorbidita attraverso l’uso di un ombrello o di un bank anteposto al flash.

Questo produce una superficie di luce sul viso molto ampia, e un lato in ombra ridotto. L’illuminazione Diffusa è molto usata per i ritratti. Il nome deriva dal fatto che questo tipo di illuminazione fa sembrare il volto del soggetto più ampio e può essere utilizzato su soggetti con un viso molto  sottile. Questo tipo di illuminazione non è adatta per visi che sono per loro natura rotondi.

La luce diffusa è una luce tranquilla, non molto caratterizzante, molto adatta per ammorbidire i lineamenti del viso e gli eventuali difetti.

 

Come si ottiene

 

 

LightingSetupSi ottiene posizionando la luce a 45° rispetto il volto, si utilizza un softbox per ammorbidire la luce, in questo modo la luce rende i lineamenti del viso più morbidi, e ne sfoca i difetti.

Esempi

 

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Corso di fotografia – Luce a Fessura

Cos’è

 

Simile a quella di taglio ma decisamente più esasperata, in sostanza questo tipo di luce illumina solo una parte del viso lasciando completamente in ombra l’altra porzione.
Luce molto drammatica con un forte impatto emotivo, non adatta a visi duri con pelle difettosa o rugosa.

E’ una luce drammatica, pericolosa con visi dalla pelle di­fettosa o rugosa.  Si presta moltissimo alle interpretazioni dei caratteri più de­cisi, alle persone introverse, ai ritratti “psicologici”.

E’ usata come correttiva per i ritratti di volti grassi e rotondi

 

Come si ottiene

 

schemi-di-luce-luce-a-fessuraSi ottiene con due pannelli posizionati a “V” con all’interno l’illuminatore, sarete voi a decidere la dimensione del fascio di luce e quale parte del soggetto dovrà colpire.
La scelta del tipo di luce è facoltativa e dipende dal soggetto, se uomo o donna, o sul risultato che si vuole ottenere.
Si ottengono foto di grande effetto usando fondi scuri o neri

Esempi

 

corso di fotografia luce a fessuracorso di fotografia luce a fessura

Corso di fotografia – Butterfly Lighting

Cos’è

 

L’illuminazione farfalla,  nota anche come Paramount illuminazione, produce un’ombra a forma di farfalla sotto il naso del soggetto che rende la simmetria e sottolinea bene i contorni del viso femminile (gli zigomi). È un illuminazione glamour ed è generalmente evitata con soggetti di sesso maschile. In questo schema di illuminazione, la luce chiave è posta al di sopra e abbastanza vicino al soggetto mentre la luce di riempimento è collocata sotto la luce chiave.

 

Come ottenerla

 

tumblr_m1piopgttt1qg4phgo1_500Per ottenere questa tecnica, bisogna posizionare la luce principale sopra al volto con un angolo che va dai 25 ai 70 gradi. Facedo così si otterrà un’ombra a forma di farfalla sotto al naso.

Si può usare un riflettore secondario (pannello riflettente) per ottenere le ombre risultanti sul collo e sulle guance e per illuminare uniformemente il soggetto.

Esempi

 

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