Io Scrittore
Il mio romanzo di avventure

Sinossi
Quando il brillante matematico Frank Wells scopre la formula definitiva per bypassare ogni sicurezza digitale, sa di avere tra le mani il potere di cambiare il mondo… o distruggerlo. Colpito da una malattia terminale, accetta un trapianto di cervello radicale come ultima risorsa. L’esperimento ha successo, ma lo lascia intrappolato nel corpo di una giovane donna e privo di memoria. Ora è una tabula rasa vivente che custodisce inconsapevolmente il segreto più pericoloso del pianeta. Con l’aiuto di una sua ex-studentessa, inizia una caccia disperata ai frammenti del suo passato, inseguito da un nemico implacabile che vuole il Teorema a ogni costo. La loro fuga li porterà dalle montagne italiane ai mari aperti, fino a missioni remote, costringendoli a usare ogni risorsa – inclusa l’intelligenza artificiale – per sopravvivere, svelare complotti e affrontare non solo i loro rapitori, ma anche le conseguenze inaspettate della scienza che li ha salvati e condannati.
IL TEOREMA
è disponibile su Amazon sia in forma cartacea che come e-book:
Leggi una parte del primo capitolo:
CAPITOLO 1
1.
Quando aprì gli occhi, rimase abbagliato dalle luci e dal riverbero delle pareti. Abbassò le palpebre. Una fitta gli attraversò la fronte. Poi il dolore si diffuse in tutta la testa. Non era intenso e poteva sopportarlo. Udiva attorno a sé qualche schiocco. Ogni tanto il movimento dell’aria gli rinfrescava il viso. All’improvviso incominciò a tremare, sentì la testa sobbalzare su qualcosa di morbido, poi tante mani gli avvolsero il viso, lo bloccarono e lo tennero fermo. Sentì tanti rumori, nessuno famigliare, potevano essere voci, l’una sovrapposta all’altra. Il rumore divenne più intenso e maggiore la pressione sul suo viso che contrastava i continui sobbalzi. Poi anche il chiarore che filtrava dalle palpebre svanì e si attenuarono pure i rumori. Tutto tornò buio e silente.
Adina Sabin aveva terminato il suo turno. Ora, davanti allo specchio, ripassava con cura il rossetto sulle labbra pallide e stanche.
“All’una di notte” pensò “chi vuoi che mi guardi, incontrerò sì e no la guardia giurata in portineria”.
Adina, pur contenta di avviarsi verso casa, era preoccupata. Aveva visto qualcosa di strano nella stanza del paziente 248. Se l’era appuntato a mente correndo da un paziente all’altro. Ma ora non riusciva a rievocare il ricordo. Si contemplò allo specchio. Schiacciò le labbra su una salvietta per sbiadirne la tinta. “Brutta faccia” pensò. E invece di dirigersi verso l’uscita, percorse il lungo corridoio dalle pareti verde pastello verso la stanza del paziente 248.
Una piccola lampada, collegata direttamente alla presa della corrente, illuminava debolmente il pavimento e, con il suo riverbero, la stanza. Un monitor dalle tracce verdi rivelava la situazione cardiaca e la pressione arteriosa del paziente che, con i capelli chiari, confusi nel candore del cuscino, respirava al ritmo della macchina, unica fonte di rumore, cui era collegato. Il battito cardiaco rivelato dal monitor era sincrono con il respiro: due diastole, un’inspirazione. Il “pappone” come lo chiamavano, un ampio sacco di sostanza nutriente, alimentava il paziente per via endovenosa. Era stato sostituito alcune ore prima ed appariva ancor pieno.
Tutto perfetto, tutto regolare. Adina poteva andare a casa e lasciare il paziente all’infermiera di turno. Ma allora, perché quella preoccupazione? Cosa la tormentava? Non riusciva ed evocare l’inquietudine del pomeriggio quando, passando velocemente in quella stanza per verificare il buon funzionamento del sistema pneumatico, aveva intravisto qualcosa di strano.
Si avvicinò alla console ed estrasse la tastiera. Premendo ripetutamente e contemporaneamente i tasti TAB e SHIFT, visualizzò sul monitor le registrazioni precedenti. A che ora era entrata in quella stanza? Alle 16, 16 e trenta? Continuò a battere sulla tastiera, ancora e sempre più velocemente. La situazione cardiaca era così uniforme che pareva quasi il monitor non rispondesse ai suoi comandi. Solo il parametro “Page Time” variava: 20.30, 20.00, 19,30… Quando giunse alle 17.00 Adina rallentò la frequenza dei comandi, osservando con attenzione le pagine delle registrazioni. Nulla alle 17.00 nulla alle 16.00. Nulla alle 15.30. Ma quando giunse al riquadro delle 14.50 vide cambiare completamente l’aspetto del monitor. La frequenza dei battiti cardiaci salì improvvisamente ed assieme ad essa la pressione arteriosa. Nei 20 minuti precedenti, gli sbalzi erano più evidenti, alternati da pause in cui il ritmo cardiaco rallentava per poi accelerare. Andò ancora più indietro nel tempo, e ripassò tutta la giornata sino alle ultime registrazioni disponibili, quelle del giorno prima. Anche alle 14.00 del giorno precedente c’era uno sbalzo nella frequenza cardiaca, meno pronunciato, ma non era possibile visualizzare le registrazioni precedenti, soprascritte dai nuovi eventi.
Riposizionò il monitor all’ora attuale, verificò che tutto fosse a posto, controllò il “pappone” e ne regolò il deflusso, rimboccò il lenzuolo che ricopriva il paziente 248, e spostò di lato il viso in modo che l’orecchio appoggiasse sul cuscinetto antidecubito, che aveva sotto la testa.
Il tratto di strada che separava la clinica dalla casa di Adina non era molto lungo. A quell’ora poi, il traffico assente le permetteva di mantenere una velocità abbastanza elevata. Si fermò ai semafori, per rispetto, non passando nessuno la sosta pareva inutile. Immersa nell’attenzione della guida non pensò molto alle anomalie che aveva riscontrato sul monitor. A casa, Katerina, sua figlia, dormiva con la luce del comodino ancora accesa. L’accarezzò dolcemente posandole una mano sui capelli, rincalzò le coperte ed andò a letto con una camomilla calda.
Svegliandosi nel cuor della notte, capì cosa fosse successo. All’una di quasi tutti i giorni passava Adriano. Gli avevano chiesto di suonare il violino, quello dal bel legno lucido e scuro che la direzione voleva fosse tenuto sempre accanto al paziente. Ad Adina il suono del violino non piaceva. Non le piaceva la musica vecchia, la musica classica. Ad Adina piacevano le canzoni melodiche, non il rock, quelle melodiche che si cantano oggi e si sentono alla radio ed in televisione. Era una pena sentire quelle lunghe note acute tutti i pomeriggi. Forse quelle note avevano provocato qualche effetto al paziente 248. Doveva riferire. Le era stato chiesto di riferire qualsiasi anomalia, positiva o negativa. Solo per questo paziente, per gli altri era sufficiente seguire le regole previste per ogni evenienza. Era stata contattata da un funzionario del consolato di San Marino. L’aveva chiamata il direttore della Casa e dopo le presentazioni e qualche chiacchiera di rito l’aveva lasciata nel salottino dall’ampio tavolo di cristallo e le poltroncine nere di pelle. Non era bello quel salottino. Le pareti spoglie, un calendario appeso, senza figure, alcuni scaffali con libri di medicina e riviste. Adina era rimasta seduta, sprofondata nella poltroncina di pelle nera. Non aveva capito nulla. Era solamente chiaro che il paziente fosse molto importante, dopotutto tutti lo sono, no? Questo di più, almeno per qualcuno. Capì molto bene però che in caso di guarigione per lei ci sarebbe stato un lauto premio. Per questo motivo era importante avvisare il funzionario, per dimostrare che si stava all’erta e che se qualcosa di positivo fosse successo il merito sarebbe stato assolutamente suo.
Con questi pensieri, Adina rimase a letto, sveglia tutta la notte, attendendo con ansia l’ora di alzarsi. Alle 8 precise, dopo un bagno ed una rapida colazione consumata con Katerina, chiamò San Marino.
“Mi passa Giorgini?” chiese al centralinista. Giorgini si fece attendere e rispose con aria annoiata e seccata. Adina fece finta di nulla e partì con la sua relazione. Il racconto non parve far molto effetto a Giorgini che si limitò a raccomandare:
“Signora Sabin, è stata molto solerte, la ringrazio. Le chiedo solo di osservare il più attentamente possibile le reazioni del paziente, se ce ne saranno altre. Faccia una cosa lasci a quel violinista, come ha detto che si chiama? Adriano? Ecco gli lasci 200 euro, e gli dica di non mancare ai prossimi appuntamenti. Manderò un fattorino con una busta. Ci sarà qualcosa anche per lei. Ah, dimenticavo, posi il violino sul letto, magari sotto una mano del paziente.”
Il denaro arrivò puntualmente. Ma nei giorni successivi non successe nulla. E così fu per alcuni mesi.
Il 5 marzo, alle 18 Adina terminò in anticipo il suo turno. Le amiche le avevano procurato un biglietto per il Teatro delle Nazioni, e lei voleva avere tutto il tempo per prepararsi e mettersi elegante. Fece il giro di tutte le camere e si fermò dal paziente 248 per controllare la stanza, il monitor, le flebo. Il violino da un po’ di tempo restava abbandonato su una sedia lì accanto. Adriano non era più venuto. Come se si fosse offeso per i 200 euro. Forse li aveva interpretati male, troppo pochi per l’impegno prestato. Comunque, aveva avvertito, dopo alcune settimane di presenza, che un nuovo lavoro lo avrebbe impegnato a Milano e non sarebbe più riuscito a dedicare l’ora del pranzo al paziente 248.
Quando Adina si avvicinò al paziente e sollevò la mano per riporla sopra al violino, si bloccò all’improvviso, persa nel mare azzurro dell’iride di due grandi occhi che seguivano i suoi movimenti. Sorrise sorpresa. Si curvò per sfiorare con le labbra la guancia liscia, si commosse e lasciò cadere una lacrima tra le labbra esangui. Si sollevò, rassettò il lenzuolo candido su cui era appena visibile una scritta in inchiostro verde “La Casa dei Risvegli De N…”. Si guardò attorno, ricontrollò la flebo, il monitor, la macchina per la respirazione forzata. Prima di varcare la soglia si volse nuovamente verso il paziente. “A presto” disse. In portineria la guardia giurata si stava passando con aria annoiata una mano a pettinarsi i capelli, neri, folti, lunghi ed arruffati. Nella mano sinistra stringeva il berretto a visiera, che agitò per fare un cenno di saluto ad Adina. Nel piazzale era rimasta solo la sua vecchia macchina: una Skoda grigia, con la portiera ammaccata da un folle che non sapeva parcheggiare. Erano ormai sei anni che la vettura era in quello stato, e lo sarebbe stata ancora a lungo in attesa di un altro folle, questa volta incapace di fuggire e colto sul fatto. Avviò il motore e si diresse verso il Teatro delle Nazioni. No, non avrebbe chiamato nessuno stavolta, il sorriso dello sguardo del 248 voleva trattenerlo per sé.
2.
All’improvviso incominciò a tremare. Tutto il corpo vibrava, come scosso da qualcosa che lo percuoteva e lo gettava di qua e di là. Pian piano una luce abbagliante lo avvolse, per lasciarlo poi improvvisa. Quando si spense, un lampo, un tuono ed un dolore fortissimo e violento gli attraversarono le tempie. Poi percepì il rullo dei tamburi ed un rantolo continuo. Si rese conto del respiro profondo ed affannoso di qualcuno steso accanto a lui. Il tremito non era cessato, ma si era appena attenuato e le dita della mano, abbandonate sulle corde del violino, traevano leggere note. Re La Re FaLaRe LaRe FaLaSol Mi Fa Re Mi Do DoRe MiRe La Re FaLaRe La Re FaLaRe…. Cos’è questa musica? La conosco, la conosco. Fu allora che il dolore alle tempie riprese, sordo ed intenso, e nelle orecchie, nel cervello, in tutta la stanza la musica prese forma, divenne armoniosa. La conosco, la conosco. Opera 61: il concerto. È il concerto per violino ed orchestra. Lo devo suonare dall’inizio, pensò, devo concentrarmi su questa musica per scordare il dolore e far cessare questo tremito. E mentre la testa gli si riempiva della melodia, la camera attorno a lui emerse dal velo di nebbia. Apparvero ora le luci soffuse, le pareti, la porta, le coperte bianche ed azzurre ai piedi del letto. Il vicino smise di rantolare e lui cominciò a tossire, percependo il fastidio della cannula che aveva in gola. Fu allora che prese coscienza. Sono io, sono io che rantolo e tossisco, sono io che sto tremando e sbatto contro qualcosa che vibra e suona, che conosco. Dove sono, cosa sono? Non so nulla di me, so però che quella che percepivo era l’opera sessantuno. Esiste qualcosa oltre all’Opera 61? Questa luce, la stanza, questo vibrare continuo ed il tamburellare costante insistente che mi avvolge completamente stonato e fuori tempo rispetto, alla melodia che ho nella testa: FaLaSol Mi Fa Re Mi Do DoRe MiRe La Re. Le tracce verdi sul monitor sobbalzarono abbandonando la normale regolarità. Sempre più veloce il ritmo cardiaco, sino a raggiungere la soglia di criticità. Fu allora che si attivò un cicalino. Un’infermiera, giovane e sottile, corse al capezzale. Controllò il monitor, la flebo, gettò uno sguardo al viso del paziente in parte celato dai chiari capelli. Vide, per la prima volta, l’iride chiaro e le pupille dilatate, agitate da un continuo andare da destra a sinistra. Le palpebre pulsavano, nascondendo per brevi istanti l’agitarsi degli occhi. L’infermiera guardò il paziente. Si portò le mani al viso avvolgendo le guance. Con la bocca spalancare rimase bloccata a rimirare quelle iridi azzurre.
La Caposala era intenta a compilare le diete del giorno. Era la parte migliore del suo lavoro quotidiano. Chiusa nel suo ufficio, sguardo fisso sul monitor, nel silenzio di almeno mezz’ora rispettato da tutto il personale, poteva concentrarsi e trasformare le richieste dei medici nella dieta corretta, paziente per paziente. Dieta che voleva fosse varia, la più soddisfacente possibile, ma coerente al protocollo di spesa imposto dalla Direzione. È la mezz’ora in cui con un poco di creatività mi guadagno il Paradiso, si diceva. Non rispose subito, irritata, completando le ultime frasi. Lo squillo continuò fastidioso: “Pronto! Avevo chiesto di non essere disturbata. Sono pochi minuti… Chi? Il 248? Impossibile, ma ne sei certa? Si? Allora vengo subito.” La Caposala interruppe il lavoro “che le avrebbe garantito il Paradiso” e senza neppure premere il bottone “salva” si precipitò verso la stanza 248.
Lo sguardo del paziente, interrotto dal continuo battito di ciglia, vagava nelle orbite. Il monitor evidenziava i parametri compresi nella fascia della normalità. Le braccia legate al bordo del letto erano immobili: la sinistra con l’ago della flebo, la destra con la mano appoggiata al violino. Solo un dito, l’indice, si muoveva tamburellando su una corda del violino da cui emergevano suoni sgraziati.
“E’ un paziente particolare. Dobbiamo avvisare subito la Direzione. Lo avete fatto?” chiese. “No“, rispose l’infermiera “ritenevo fosse corretto avvisare prima di tutti lei”.
“Bene”. La caposala strappò dalle mani dell’infermiera il telefono portatile, compilò il numero della Direzione ed attese.
“Si è svegliato il 248” disse laconica quando le fu risposto. Rimase bloccata. Lo sguardo fisso sugli occhi azzurri. “Si dice che negli occhi è possibile vedere l’anima umana. Ecco, ora la vedo la tua anima: è inquieta e piena di misteri”. Fece subito liberare i polsi dalle cinghie che li contenevano. Con gentilezza sollevò la mano destra e la riposizionò sul violino. Il dito indice ben appoggiato alle corde. Toccando la mano ebbe la sensazione di percepire un fremito. “Forse risponde.” Pensò lisciando il dorso con una leggera carezza.
La Caposala fece subito attivare il protocollo. Era il Protocollo per la Gestione dei Risvegli o PGR. Ad esso era necessario attenersi. Il PGR non era adatto però al paziente 248. Per questo paziente, cosa mai avvenuta in precedenza, era stato predisposto un altro documento: l’RPGR o Revisione Protocollo Gestione Risvegli. Nessuno lo aveva ancora letto. Il 248 era uno strano paziente e nessuno credeva che potesse sopravvivere, tanto meno risvegliarsi dal coma. La Caposala, decisa, impartì i primi ordini. Abbandonò definitivamente la dieta del giorno, cercò nella posta del suo computer il documento e stampò 12 copie dell’RPGR. Una copia per ogni medico, infermiere o aiutante che aveva e che avrebbe nel prossimo futuro gestito le cure del 248. Iniziò a leggerlo, dopo aver spedito un messaggio SMS alla Sabin, pregandola di rientrare il più presto possibile. “Leggi bene l’RPGR” concludeva.
Strano quel documento. Strano davvero. Al primo punto della revisione scriveva. “In caso di risveglio del paziente (anche supponendo che non sia in grado di udire o comprendere) ci si rivolga a lui chiamandolo per nome: professor Wells, Frank Wells. Professore proprio il 248? Un titolo più inopportuno non poteva esistere. Ed ancora “fare molta attenzione a qualsiasi indicazione di genere. Infine, dopo una lunga lista di attività ed azioni da gestire, negli ultimi punti c’era la richiesta di sostituire qualsiasi tipo di lettura (normalmente i libri e le poesie care al soggetto) con una lunga lista di teoremi e numeri primi, alcuni difficilissimi da leggere, avendo oltre cinquanta cifre.
“Hai letto la revisione?” chiese alla Sabin appena si presentò da lei.
“No, non ne ho avuto il tempo,” mentì Adina.
Adina aveva letto RPGR. Lo aveva fatto già da tempo. Quando Giorgini glielo aveva richiesto. Sì, aveva trovato strana ed in certi punti irrazionale la revisione. Ma l’interesse della Direzione e di Giorgini per questo paziente era tale che tutto le sembrava possibile. Lo aveva letto. Alcuni punti li aveva memorizzati, altri la indispettivano, come l’ingiunzione a non cercare alcun parente o comunicare con sedicenti parenti, a non comunicare nulla verso l’esterno: amici, parenti o peggio media locali e riportare subito e solo alla Direzione ed a Giorgini qualsiasi sviluppo. Su questo punto Adina era in difetto, si disse. Era chiaro sin dalla sera precedente che il paziente si era risvegliato. Quegli occhi azzurri le avevano chiesto silenzio e protezione. “Sarò fedele al RPGR, ma solo dopo esserlo stata al mio 248” si era detta la sera prima.
Con eccessiva flemma, che fece irritare la Caposala, Adina si cambiò di abito indossando il camice azzurro e le grosse scarpe di plastica bianca. Si avviò verso la stanza 248 fermandosi sulla soglia. Pareva che l’intera clinica si fosse data convegno tra quelle strette pareti. Medici, assistenti, infermieri erano riuniti attorno al letto del paziente, chi attento alla sua mansione, chi semplicemente curioso. “Avete letto l’RPGR?” Gridò dalla soglia. “No?” Ed allora via! Lasciate in pace questo povero essere!” Uscirono tutti, anche i tre medici che, non avendo idea di cosa dicesse la revisione del protocollo, subirono l’autorevolezza di Adina.
Adina chiuse la porta, guadò il paziente e disse “Oh almeno ora potrà respirare.” I grandi occhi azzurri la fissavano intensamente. “Sembra che mi ringrazi con lo sguardo.” Pensò Adina.
“Bene, iniziamo dal punto uno del protocollo. Il paziente va immediatamente chiamato con il suo nome, in ciascuna delle sei lingue che conosce. Adina era fluente in tre di esse. Per questo motivo era stata assegnata alle attività di primo risveglio del 248. Le altre lingue erano citate sul protocollo con la frase standard scritta anche con i caratteri fonetici, per agevolare la pronuncia.
Si chinò sul paziente. Sorrise. Con una mano gli sfiorò la guancia. Pizzicò appena una corda del violino. La nota vibrò a lungo, perdendosi nella stanza. “Buon giorno professore. Buon giorno Frank Wells. Può sentirmi? Comprende quello che le dico?” Ripeté la frase in spagnolo, in inglese, quindi in francese. “Allora facciamo così: se mi sente e comprende quello che dico chiuda gli occhi.” disse in inglese. Le palpebre si abbassarono nascondendo per un attimo le iridi azzurre. Adina ripeté la frase in francese ed in spagnolo, ricevendone un immediato assenso. Anche l’italiano veniva compreso, ma non il croato e lo sloveno. Sono io che non leggo bene la pronuncia di queste frasi, pensò. Ma non sapeva che ambedue queste frasi non richiedevano alcun cenno d’assenso.
La revisione del protocollo chiedeva di avvisare immediatamente la Din caso di “autocoscienza” accertata. Giorgini poi, in via privata, aveva richiesto di essere avvisato prima della Direzione. “Il paziente si è addormentato” si disse Adina. che non desiderava comunicare nulla a nessuno. Si era procurata un piccolo registratore MP3 con la musica che suonava sempre Adriano. Accostò gli auricolari alle orecchie del paziente, dopo aver sistemato il capo sul cuscino ed accese il riproduttore. Il paziente della stanza 248 chiuse gli occhi restando immobile. Il respiro ed il polso regolari. L’intubazione per il respiro assistito era stata rimossa prima dell’arrivo di Adina.
Dopo alcuni minuti, una lacrima gonfiò una palpebra del 248, trovando poi la via per sgorgare in un rivolo lungo la guancia. Nel vederla, anche gli occhi di Adina si riempirono di lacrime. “Chissà cosa diranno.” si disse Adina. “Riproduttori MP3 e lacrime non sono previste dal protocollo”.
Ora, che si sentiva in pace, poteva avvisare Giorgini e la Direzione. Chiamò prima la Direzione dicendo, laconica, che il paziente aveva accennato a riconoscere il suo nome in almeno tre lingue. Quando dalla Direzione chiamarono Giorgini, trovarono il telefono a lungo occupato. Aveva molte cose da chiedere alla Sabin e molte cose da suggerirle.
Alle 18.30 fu convocata una riunione straordinaria. Si decise per l’auditorium, il locale più capiente della Clinica. Le lunghe file di poltroncine in legno, affiancate, lo facevano apparire come una sala cinematografica di seconda visione. In alto, orientate a ponente, una fila di finestrelle riversava nella sala la luce calda e rossastra del tramonto. Erano stati convocati tutti: medici, infermieri, assistenti ed amministrativi. C’erano anche gli equipaggi delle autoambulanze.
“Siamo qua” disse il Direttore “perché la situazione è molto delicata. Vi prego di non fare domande, poiché a questo caso è stato chiesto di applicare il massimo riserbo ed anonimato per tutto il periodo della custodia e della terapia del paziente della sala numero 248. Tutti lo conosciamo così: 248. Pure i registri amministrativi non riportano alcun nominativo. Ora che il paziente si è risvegliato da un coma profondo, conosciamo finalmente il suo nome, e vi prego di non fare alcun commento: Professor Frank Wells. La sala si riempì di brusii, con qualche battuta qua e là.
“Vi ho chiesto “riprese il Direttore “di astenervi da qualsiasi commento. La Casa dei Risvegli accettò a suo tempo questo incarico ed è nostra intenzione portarlo a termine. Anche ora che l’impegno non è più il semplice accudire un paziente in coma”.
Il Direttore fece una pausa e si guardò attorno. Ora tutti tacevano. Cercò ed incontrò con lo sguardo la Sabin, che, scuotendo il capo, assentiva. “Tutti” riprese il Direttore” conosciamo le regole per questo caso. Tutti avete letto ed accettato di rispettare il Protocollo per la Gestione dei Risvegli. Il PGR va sempre applicato. E’ la regola a cui si è sempre attenuto il personale di questa casa. Oggi però, in seguito a questo particolare risveglio, le cose saranno diverse. Con l’incarico del 248 abbiamo anche accettato un documento di revisione al PGR. Appunto l’RPGR. Alcuni di voi lo conoscono già, ad altri è stato appena distribuito. A tutti voi verrà consegnato come end out alla fine di questa riunione. Due cose vi chiedo: leggetelo e rispettatelo integralmente. Inoltre rispettate uno dei punti più importanti: il silenzio assoluto per tutto ciò che riguarda il paziente della stanza 248. E non intendo un riserbo nei confronti della stampa o di estranei, non confiderete alcunché neppure ad amici e parenti. Da oggi siete tutti tenuti alla massima discrezione. Il 248 non esiste. E’ a rischio la sopravvivenza della “Casa” e di conseguenza, bene lo sapete, il nostro stesso posto di lavoro. Ora la Caposala a cui cedo la parola vi illustrerà l’RPGR.”
La caposala si alzò mal volentieri e camminando lentamente raggiunse il Direttore. Prese la parola invitando la Sabin ad illustrare i dettagli alla Revisione del PGR. La Sabin era, disse, la persona più adatta ad illustrare queste nuove regole, avendo avuto necessità di applicarle immediatamente al risveglio del paziente. Aveva inoltre verificato il primo stato di coscienza del paziente 248.
“Si, pure io” disse la Sabin rivolta alla platea “sono rimasta molto sorpresa: non è facile dare del Professore al 248. Prof. Frank Wells. E’ così che ci è richiesto di chiamare il paziente. Vi elenco i punti principali del Documento di Revisione. Ritengo che uno sia il più impegnativo: evitare qualsiasi riferimento al genere. Io ho optato per espressioni neutre. Il paziente comprende bene cinque delle sei o sette lingue che conosce. Inglese, Francese, Spagnolo, Italiano. Il Documento cita anche il croato e lo sloveno. Parlate pure in italiano con Frank, vi capirà bene. Con me ha battuto le ciglia per assentire. Utilizzate pure voi questo metodo di comunicazione. Mi è stato detto che in sala c’è un operatore che aiuterà il paziente a riacquistare la parola. Gli chiedo di aiutarmi, solo così riusciremo a capirlo e ad avere una comunicazione interattiva. Il Documento di Revisione fa anche riferimento a lunghe sequenze di numeri che ci chiedono di recitargli. Voi lasciate perdere, sono incomprensibili e noiose. Sarà mio compito leggerle e cercare di capire se per il paziente hanno un senso.”
La Sabin continuò ad elencare punto per punto gli elementi del Documento di Revisione.
Il TEOREMA è una lettura avvincente, lo leggi velocemente ti porterà dalla Via Degli Dei, sentiero che unisce Bologna a Firenze, in Tanzania e poi negli Stati Uniti. Mary e Frank ti faranno compagnia in queste 256 pagine.
Roberto Salvatori
