L’ARTE E LA SCIENZA, IL CUORE E LA MENTE

Il 2 dicembre 1804 Napoleone veniva incoronato Imperatore. Lo stesso anno Louis Jaques riuscì ad ottenere dal padre il consenso per recarsi a Parigi per studiare Arte. Ad una condizione, però: avrebbe soggiornato e lavorato come apprendista presso l’amico paterno Degotti. L’imposizione aveva lo scopo di tenerlo lontano dalle tentazioni della capitale imperiale. Ma le precauzioni di papà Daguerre non furono sufficienti ad impedire la partecipazione di Louis alla vita da bohémien degli amici artisti. All’epoca gli incontri avvenivano in numerosi caffè con giardino dove i clienti potevano ascoltare musica, cantare, applaudire gli acrobati e, soprattutto, ballare. Louis Jaques Daguerre era un ottimo e ricercato ballerino, e non solo nel ballo brillò: il suo desiderio di emergere lo portò presto ad unirsi al gruppo coreografico dell’Opéra, strappando gli applausi al pubblico con esibizioni di agilità ed equilibrio, soprattutto quando entrava  in scena camminando sulle mani.

Era nato 17 anni prima, il 18 novembre 1787, ed al cognome del padre – Daguerre (cognome di origine basca d’Aguerre), fu aggiunto quello materno – Mandé. Da subito, appena cioè fu in grado di reggere penna e pennello, si capì che era un artista geniale. Purtroppo Louis non ebbe una buona educazione scolastica a causa della rivoluzione di fine ‘700 che aveva lasciato la scuola francese priva di maestri competenti. Nell’anno 1798, nel Dipartimento della Senna, solo 1.200 ragazzi su 20.000 frequentavano la scuola, e si calcola che solo l’un per cento sapesse leggere e scrivere. Ma la grande intelligenza e la determinazione ad emergere dall’umile condizione di nascita aiutarono il giovane  

Dagherrotipo: Vista di Boulevard du Temple. Esposizione 30 minuti: il traffico non compare. 

Daguerre, che presto fu apprezzato dal maestro Degotti per le sue decorazioni delle scene dell’Opéra. Con lui condivise casa e lavoro per tre anni. In seguito fu assunto come assistente da Pierre Prévost, cui viene attribuita l’invenzione dei “Panorami” (*).

I PANORAMI

I Panorami, di gran moda e successo,  consistevano nell’esibizione di ampi dipinti che ritraevano scene storiche o viste delle principali città. Gli spettatori, seduti in una tribuna, potevano ammirare per esempio la “Vista di Parigi dai tetti delle Tuileries”, o “L’evacuazione degli inglesi da Tolone del 1793”. Sia in Inghilterra che in Francia, ma anche in Nord America, i Panorami ebbero un grandissimo successo, soprattutto per la sorprendente illusione realistica delle scene dipinte che, con una perfetta ripresa prospettica, davano allo spettatore l’illusione della realtà. Nel 1807 Prévost, in collaborazione con James Thayer, installò nel Boulevard des Capucines un immenso Panorama che misurava 32 metri di diametro, il cui dipinto era lungo 110 metri ed alto 16 metri. Fino a 150 persone potevano assistere dalla piattaforma centrale che distava 12 metri dal dipinto. Qui fu presentata la glorificazione dell’Imperatore nella battaglia di Wagram ed i colloqui di Tilsit  tra Napoleone ed Alessandro I, nel 1807.

Daguerre lavorò con Prévost sino al 1816, e di questo periodo l’unica nota brillante fu il suo matrimonio con  Louise Georgina Smith, o Arrowsmith,  come è indicato sulla sua lapide. Lasciò Prévost per il Teatro Ambigu-Comique come scenografo (noi diremmo oggi “stage designer”). L’Ambigu era uno dei sei più importanti teatri parigini, nato nel 1769 come teatro delle marionette e che all’epoca rappresentava invece melodrammi. Era situato in Boulevard du Temple, popolarmente noto come “Boulevard du Crime”, poiché i tre teatri che ospitava rappresentavano un nuovo genere di intrattenimento, in cui il racconto dell’immancabile delitto si concludeva nell’ultima scena con l’esaltazione della virtù e la punizione del colpevole. Daguerre illustrò le scene di moltissime opere arricchendole con dipinti ed effetti di luci ed ombre mai realizzati prima d’allora.

Ebbe un successo incredibile con effetti variabili, che sorpresero gli spettatori. Nell’opera  “Le Songe”, per esempio, introdusse nel terzo atto una scena al chiaro di luna da tutti considerata un capolavoro. Il suo nome veniva citato nei cartelloni assieme a quello del compositore e del poeta. Nella rappresentazione de “Il Califfo d’Algeri” del 9 aprile 1817  un critico si espresse: “… tutto il merito di questo lavoro consiste nelle superbe decorazioni del terzo atto”. Nel 1819 Daguerre era già una celebrità e fu inviato a ricoprire l’incarico di responsabile scenografo all’Accademia Reale Della Musica (praticamente l’Opéra di Parigi). Divise l’incarico con il suo vecchio maestro Degotti e con Ciceri, che prese il posto del padrino Jean Baptiste Isabej, brillante miniaturista di quel periodo, licenziato per aver offeso Napoleone con un eccesso di familiarità: si disse che aveva saltato la “cavallina” sulla schiena dell’Imperatore per dimostrare agli amici il suo livello di confidenza.

IL DIORAMA

Nonostante il doppio incarico all’Ambigu ed all’Opéra, Daguerre trovò il tempo per dedicarsi ad un’altra impresa. Tra il 1821 ed il 1822 preparò una sorta di intrattenimento che univa gli effetti di luce, che tanto successo gli avevano garantito all’Opéra, ai realistici dipinti dei Panorami: il “Diorama”.

Con Charles Marie Bouton, suo ex collega presso Prévost, formò una società. Fu eretto un edificio all’angolo dell’attuale Piazza della Repubblica. Le porte si aprirono l’11 giugno del 1822 con un dipinto di Daguerre (“La Valle di Sarnen”, – Sarnen è una località alpina in Svizzera) ed uno di Bouton (“Interno della Cappella della Trinità della Cattedrale di Canterbury”). Da un vestibolo spoglio lo spettatore veniva condotto in una sala circolare quasi completamente buia, si sedeva di fronte ad uno spazio aperto e pian piano l’occhio si abituava all’oscurità, distinguendo gli oggetti attorno ed una grande finestra. Attraverso questa finestra si poteva scorgere la Cattedrale di Canterbury in un realismo perfetto. Per molti era difficile credere che si trattasse di un dipinto. Il cronista del Times riportò che una sua accompagnatrice, convinta che la chiesa rappresentata fosse reale, chiese di essere accompagnata a percorrerne la navata. Poi l’ambiente si oscurava e, in una sorta di aurora, compariva la romantica Valle di Sarnen.

Grande fu il successo del Diorama, presto esteso anche al soggetto della città di Londra. Per la struttura di questa opera ci si affidò a Charles Arrowsmith, cognato di Daguerre.

Poco o nulla resta del Diorama parigino, andato distrutto in un incendio nel 1839. Rimangono oggi  solo alcune litografie ed incisioni. La stessa zona in cui risiedeva l’edificio è stata notevolmente modificata. Oggi si trova una menzione solo su di una piccola targa in Rue Léon Jouhoux.

L’INVENZIONE DELLA FOTOGRAFIA

Il negozio di ottica di Vincent e Charles Chevalier, padre e figlio, era famoso in tutta Europa per i suoi strumenti ottici. Daguerre lo frequentava per rifornirsi delle lenti necessarie per la camera oscura, indispensabile per “copiare” in modo perfetto la prospettiva dei panorami che dipingeva. Un giorno del 1824 passò nel negozio con grande eccitazione: “Sono riuscito a fissare le immagini della camera oscura” gridava “ho costretto il sole a dipingere immagini per me!”.

In seguito (**) passò nel negozio un certo Colonnello Laurent Niepce di Sennecey-le-Grand. Cercava una camera oscura con un prisma e lenti che dessero un’alta e chiara definizione perché, spiegò, suo cugino stava sperimentando un sistema per fissare le immagini. Il Colonnello gli mostrò una lastra di metallo che riportava l’immagine di una ragazza con le spalle avvolte da uno scialle. Tra i presenti si accese la discussione se fosse mai possibile realizzare immagini con la luce. Qualcuno disse che la lastra non era altro che un’incisione. In effetti lo era, era la riproduzione eliografica di un’incisione ottenuta da Nicephore Niepce, all’epoca in grado di riprodurre solo immagini in chiaro-scuro senza tonalità di grigio. Ma il povero Colonnello fu considerato un po’ “tocco”.

Giorni dopo un giovane si presentò al negozio di Chevalier per acquistare un’economica camera oscura. L’ottico pensò ad una pazzia epidemica, ma dovette ricredersi quando gli furono mostrate alcune immagini, anche se imperfette, su carta. Il cliente consegnò all’ottico una boccetta con la sostanza (pareva tintura di iodio) da lui usata per gli esperimenti, invitandolo a fare una prova. Chevalier provò, seguendo le istruzioni verbali del giovane, dimenticando però il punto principale: completò tutto l’esperimento alla luce del sole. Invano attese il ritorno del giovane. Per noi è difficile capire come mai questo giovane si trattenne dal reclamare l’invenzione della fotografia attribuita a Daguerre nel 1839. Poteva essere  Hubert, che nel 1836 scrisse di aver sperimentato otto anni prima  il clorato d’argento su carta. In questa ipotesi dobbiamo considerare non attendibile la data  riportata da Chevalier e supporre che le immagini “imperfette” fossero dei negativi.

La visita di Daguerre, quella del cugino di Niepce ed infine del  misterioso inventore convinsero Chevalier che fosse possibile bloccare sulla carta un’immagine. Raccontò a Daguerre le esperienze di Niepce, consigliandolo di scrivergli per confrontare le loro ricerche. Sorpreso d’avere un rivale, e curioso di sapere a qual punto fossero giunte le sue scoperte, Daguerre prese subito contatto con Niepce e, dopo qualche anno di corrispondenza,  consolidò con un contratto la collaborazione. Era il 14 dicembre del 1829.

Sia per carattere che per aspetto i due scienziati erano completamente diversi: Niepce era di origine nobile decaduta, più anziano di 22 anni, aveva ricevuto un’ottima istruzione classica e si era formato una notevole competenza chimica, meccanica e fisica. Sempre estremamente corretto, modesto ed incline ad ascoltare e capire l’interlocutore, indossava un’espressione triste, con le labbra strette, che denunciava decenni di frustrazioni. Daguerre era invece di origini modeste ma sempre allegro, pieno di vitalità, orgoglioso della posizione che aveva raggiunto solo grazie a se stesso. Non aveva alcuna competenza chimica o fisica, era in difetto anche nell’istruzione di base. Compensava queste carenze  con l’arroganza del vincente e con una smodata autostima. Anche nell’aspetto era attraente, con le labbra sempre sorridenti ed i folti capelli ricci.

Nella loro collaborazione Niepce portò le ricerche ed il successo del procedimento eliografico, Daguerre essenzialmente la camera oscura, per nulla innovativa se non per il materiale di costruzione e le preziosissime lenti fornite da Chevalier. A Calon, nel Museo Denon, è possibile vederla e leggere su una targhetta “pezzo consegnato a Nicephore Niepce da Daguerre”. E’ una scatola di 65 cm di lunghezza e 36 cm di altezza e di profondità. Sul retro porta il contenitore per le lastre da impressionare. La lunghezza focale veniva variata allungando il tubo telescopico in legno che conteneva le lenti.

Si incontrarono una volta sola. Nel mese in cui Daguerre soggiornò a Gras, Niepce  descrisse completamente il suo processo eliografico. Questi gli obiettivi delle successive ricerche: ottenere un’immagine positiva, fissarla ed abbassare i tempi di esposizione. In una lettera del novembre del 1831 Niepce informa il socio d’essere riuscito ad ottenere con sali di iodio (ioduro) un’immagine positiva, per altro non fissata. Niepce aveva riesposto alla luce la lastra già impressionata e poi immersa in una soluzione di iodio. Il medesimo processo che noi conosciamo come “solarizzazione”.

Il 5 luglio 1833 Niepce morì senza essere riuscito a perfezionare l’invenzione. Aveva 65 anni. Daguerre continuò solo le ricerche, riuscendo infine ad ottenere un’immagine positiva. Si racconta che  in un giorno di primavera del 1835 Daguerre mise in una bacinella, contenente varie sostanze chimiche, una lastra sottoesposta per ripulirla e riutilizzarla. Il giorno successivo, riaprendo la bacinella, vide con sorpresa un’immagine nitida sulla lastra. Ripeté il  processo togliendo di volta in  volta una sostanza dalla bacinella, sino a scoprire che i vapori ottenuti da poche gocce di mercurio (che evapora lentamente alla temperatura ambiente di 20°) facevano apparire l’immagine in positivo.

Due anni dopo, nel 1837, trovò anche modo di fissare permanentemente l’immagine  immergendo alla fine del processo la lastra in una soluzione in acqua calda di cloruro di sodio, per dissolvere completamente la parte di ioduro d’argento non esposta alla luce.

Nasce il “dagherrotipo”.

IL DAGHERROTIPO

Ecco il processo completo:

    1. Si prende una lastra di rame
    2. Elettroliticamente si deposita uno strato di argento
    3. La lastra viene immersa in vapori di iodio (si forma così una pellicola di ioduro d’argento sensibile alla luce)
    4. La lastra viene esposta alla luce, in camera oscura,  per un periodo di circa 10 o 15  minuti
    5. Lo sviluppo avviene mediante vapori di mercurio a temperature superiori a 20°: in questo modo le zone esposte alla luce divengono biancastre
    6. Infine il fissaggio in una soluzione di tiosolfato di sodio, per eliminare i residui di ioduro d’argento. Il Dagherrotipo è pronto!

Poiché l’argento tende con il tempo ad ossidarsi e quindi ad annerire, il Dagherrotipo veniva conservato tra due lastre di vetro sigillate ai bordi e custodite con cura in un cofanetto.

ORA CHE FARE?

Daguerre era un artista, questo sì, ma anche un uomo d’affari. Così nelle varie fasi della scoperta coinvolse l’erede di Niepce, Isidore, modificando il contratto iniziale a proprio favore. Pur contrario, Isidore cedette sempre, spinto soprattutto dalle continue ristrettezze economiche. Non fu semplice commercializzare la scoperta. I più, sospettosi, consideravano la dagherrotipia un raggiro in cui le immagini pre-disegnate venivano tratte dalla vaschetta come le carte di un illusionista. Lo scetticismo del mercato spinse Daguerre verso professori e scienziati.

Si rivolse a Francois Arago, Henry Grevedon, J. B. Dumas,  Alexander von Humbold, e ad artisti quali Paul Delaroche e Alphonse de Cailleux, curatore del Louvre. Arago capì subito la portata dell’invenzione ed usò tutta la sua influenza politica e scientifica per sottrarre l’invenzione alla speculazione commerciale. Arago era direttore dell’Osservatorio di Parigi e membro dell’Accademia delle Scienze, nonchè leader dell’ala sinistra repubblicana d’opposizione alla Camera dei Deputati. Il suo partito vantava tra i propri membri la crema intellettuale della classe media dell’epoca. Il piano di Arago era quello di togliere la proprietà dell’invenzione ai  pochi privati per affidarla al governo di Francia che, nella sua liberalità, ne avrebbe fatto dono al mondo intero. L’invenzione fu quindi presentata all’Accademia delle Scienze il 7 gennaio 1839, quindi all’Accademia delle Belle Arti.

Come già sappiamo il Governo Francese, in cambio dello sfruttamento pubblico dell’invenzione, concesse a Daguerre e ad Isidore Niepce un vitalizio.

Daguerre si spense 12 anni dopo la presentazione a Bry-sur-Marne, a 12 chilometri da Parigi , il 10 luglio 1851, a causa di un attacco cardiaco. Sulla sua tomba è stato eretto un monumento.

Il suo nome è ricordato anche sulla Torre Eiffel, nel lato di nord est, sotto il primo ballatoio, tra altri 72 grandi scienziati francesi. E’ il secondo nome da sinistra,  subito dopo l’ingegner  Jules Petiet, realizzatore della prima rete ferroviaria francese.

Noi possiamo solo rendere omaggio ad un uomo che ha saputo coniugare tre doti che difficilmente troviamo nella medesima persona: ARTISTA, SCIENZIATO ed IMPRENDITORE.

Nota dell’autore:

In questa Storia della Fotografia mi sono servito molto del materiale presente in rete. Sorprendentemente proprio per Daguerre ne ho trovato pochissimo. Intendiamoci, è spesso citato ed il suo nome e la sua vicenda sono presenti in parecchi blogs. Tutti parlano per sommi capi del suo Dagherrotipo, del Diorama e delle  relazioni con altri scienziati, abbozzando appena il nome di Niepce. Nulla viene detto della sua nascita e formazione. Cercando tra i libri delle biblioteche pubbliche ho trovato la medesima difficoltà ad approfondire questi temi. Per fortuna mi sono imbattuto in un vecchio libro USATO, disponibile su Amazon. L’ho acquistato, l’ho letto, e gran parte delle informazioni qui riportate provengono da questo testo. Nella prima pagina interna, in alto a destra, c’è la firma del precedente proprietario e la data d’acquisto: 1992.

L. J. M. Daguerre. The History of the Diorama and the Daguerrotype.  By Helmut and Alison Gernsheim. Second revised edition with 124 illustrations. DOVER PUBLICATIONS, INC – New York, 1968.

Note:

( *) più correttamente attribuibile all’inglese Robert Barker.

(**) il racconto qui riportato è tratto dai ricordi di Chevalier pubblicati parecchi anni dopo.

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